Tornati da Marte, i fascisti, sciamano dappertutto. A Roma, a sentire l’anti-fascista Silvio Berlusconi, “stanno tutti con Matteo Salvini”. E però, caro Lei – verrebbe da dire al Cavaliere – quando c’era Lui, c’era Primo Arcovazzi.
Camerata tra i camerati – travolto dall’8 settembre del tradimento – nel fuggire di tutti, tra le masserizie della disfatta, l’Arcovazzi trova una divisa da “federale”. La prende, l’indossa e con l’uniforme ormai inopportuna affronta gli sputi e le legnate della gente. Un professore, un suo prigioniero di guerra, prova a confortarlo: “Non picchiano lei, ma l’uniforme”. Malinconica la risposta del camerata Arcovazzi, ossia Ugo Tognazzi nel film di Luciano Salce: “Sarà così, ma dentro la divisa ci sono io”.
Tornati da Marte, i fascisti, respinti da Francesca Pascale, rollano paglie di trinciato con le pagine di Leopardi e mandano a memoria i versi immortali di Arcangelo Bardacci. Tra le più potenti poesie c’è “Chi?”. E chissà se la fidanzata del Cavaliere, ragazza di rara sensibilità, la conosce. Eccola: “Chi sfidando la mitraglia, nel fragor della battaglia, all’assalto ci conduce? E’ il mio Duce / Chi, tra labari e bandiere, guida le camicie nere al trionfo del partito? E’ Benito / Chi, sprezzando Francia e Albione, col germanico e il nippone marcia verso alti destini?”. Arrivati a Marte, i fascisti, possono ben rispondere: “Mussolini”.
Restando a Marte, i fascisti, non ebbero più notizie di Arcangelo Bardacci, dato eroicamente caduto, colpito dal fuoco nemico e, invece, imboscato in una soffitta, pronto a redigere la Costituzione repubblicana o, quanto meno, nuovi versi: “Chi, tra liste e bei soldoni, elargisce posti ed elezioni? Berlusconi!”.
Tutto, dunque, finisce dove tutto comincia. Tutto, infatti, iniziò a Roma. L’Urbe rivendicò l’Impero, l’ora dell’aquila chiamò e all’inaugurazione di un centro commerciale di Bologna, a Casalecchio sul Reno – correva l’anno 1993, il dì 23 novembre – alle elezioni per il sindaco di Roma Berlusconi puntò su Gianfranco Fini, segretario del Msi.
Se il tempo fosse un gambero, dunque, Berlusconi non tornerebbe a marciare romanamente. Ha schifato i leghisti capitolini “tutti fascisti”, e così, con loro, anche i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Anche Guido Bertolaso li ha bollati come “alleati imbarazzanti” ma – bisogna dire al candidato dei moderati – caro Lei, quando c’era Lui, c’era anche Catenacci, il macellaio fascista in Alto Gradimento, la trasmissione radiofonica di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. Giorgio Bracardi, nell’interpretarlo, si adoperava nella caricatura e siccome il fascista serve a far ridere, quando c’era Lui, caro Lei, c’erano appunto i manipoli partiti alla conquista del pianeta bolscevico, il rosso Marte, quelli del film di Corrado Guzzanti a riprova che il fascismo quando non è metafora, è pretesto.
Il Fascismo, con Benito Mussolini – socialista e rivoluzionario – resta nella storia; come babau polemico, invece, abita il più comune dei luoghi comuni se già una citazione erroneamente attribuita al Duce inguaia Donald Trump. Come stilema, quello dei fascisti, esiste solo nella commedia. E quelli, immarcescibili, sono proprio su Marte. Dove, a dargli il cambio, tra non molto, arriveranno i berlusconiani.

Fonte: Il Fatto Quotidiano