Un banale carro attrezzi del soccorso autostradale rimuove l’ultimo tank abbandonato dai golpisti in fuga davanti all’aereoporto Ataturk di Istanbul, tornato quasi alla normalità, i clacson dei passanti accompagnano gli slogan a favore di Erdogan che a Istanbul fende la folla per ricevere l’abbraccio soffocante dei sostenitori in delirio come fosse una rock star: così finisce un golpe che ha fatto 265 morti, secondo i dati del premier Binali Yildirim, e comincia la purga contro i militari traditori. Si discute anche la reintroduzione della pena di morte, cancellata per aderire ai parametri europei. Il Bosforo diventa teatro di una vendetta che all’alba si era già trasformata in una feroce caccia ai militari che avevano partecipato al colpo di stato. Alcuni sono scappati in Grecia con gli elicotteri, altri si sono imbarcati di soppiatto sui voli per l’Europa: quello della Turkish Airlines Istanbul-Roma è stato dirottato in volo dalle autorità perché a bordo si era imboscato un ufficiale ribelle. All’alba si sparava ancora e nel quartiere di Besiktas, dove c’è la sede del direttorato dell’intelligence, qualche casa è stata raggiunta dai proiettili. Gli abitanti, rintanati in casa, hanno avuto paura e oggi le strade apparivano quasi vuote rispetto allo standard del traffico micidiale di una metropoli con 13 milioni di abitanti. Molti dei golpisti sono stati linciati nel centro di Istanbul, dopo che si erano arresi a braccia alzate sui ponti del Bosforo che durante la notte avevano bloccato con i carri armati mentre gli F-16 dei ribelli bombardavano basi militari, palazzi delle istituzioni e i golpisti assediavano il Parlamento di Ankara. È sembrato un colpo di stato un po’ troppo in stile anni 80, alla Kenan Evren, ma assai confuso, condotto da una minoranza delle forze armate, senza la feroce determinazione del generale che aveva impiccato gli oppositori e arrestato tutti i leader politici. Di solito i militari, autori di tre colpi di Stato in quasi 60 anni, si erano mossi quasi all’unanimità, compatti, e infatti fino all’ascesa del Partito islamico Akp nel 2002 hanno dominato la vita della repubblica fondata da Kemal Ataturk.

Da Israele, con cui la Turchia ha appena riallacciato le relazioni diplomatiche, il Jerusalem Post faceva notare ieri che gli “apprendisti golpisti” hanno commesso un errore fatale: non arrestare subito Erdogan e la sua cerchia. La tensione è alta anche tra Washington e Ankara: Obama ha convocato il consiglio di sicurezza nazionale, la base Nato di Incirlik usata per i raid contro i jihadisti dell’Isis è stata per il momento bloccata. Sospesi tutti i voli dagli Usa delle compagnie aeree americane verso Ankara e Istanbul e interdetti quelli provenienti dalla Turchia: una misura di sicurezza certamente ma anche un’indicazione non troppo positiva. Il quadro diplomatico non è ancora chiaro ma ci sono segnali che le relazioni tra Stati Uniti e Turchia, Paese membro della Nato dal 1952, potrebbero essere intaccate da questi eventi dove si moltiplicano gli scenari complottisti. La purga di Erdogan non risparmia nessuno. Arrestati migliaia di militari, quasi 3mila, destituiti o trasferiti di sede oltre 2.740 giudici, mandato di cattura per circa 140 membri della Corte di cassazione, 10 consiglieri di stato fermati ed è stato incarcerato anche Alpaslan Altan, uno dei 17 membri dell’influente corte costituzionale.

Quale è il clima che si respira in Turchia? Quello del regolamento dei conti, come se questo golpe fallito fosse l’occasione attesa per sistemare una volta per tutte una parte dell’opposizione che nel 2013 con le manifestazioni dei giovani di Piazza Taksim e le intercettazioni sugli scandali governativi aveva attaccato il sistema-Erdogan. «Abbiamo fatto fuori la cricca gulenista, la Turchia ora sarà più forte», dichiara Egemen Bagis, deputato dell’Akp, ex ministro per gli Affari europei e capo negoziatore per l’ingresso della Turchia nella Ue che perse l’incarico nel rimpasto di governo seguito allo scandalo delle tangenti del 2013. Fethullah Gulen, il religioso esiliato negli Usa, è accusato da Erdogan di essere l’ispiratore del golpe e di guidare un movimento che vuole sbalzarlo dal potere: ora il presidente turco ne pretende l’estradizione. Lui e Gulen sono stati alleati per anni fino a rottura insanabile. Oggi gulenista e golpista in Turchia sono sinonimi. È presto per dire se la Turchia esce rafforzata da questa prova ma è quasi defunto il modello turco di democrazia all’islamica, minacciato dai golpisti, dalle tendenze autoritarie di Erdogan ma anche da conflitti interni come quello curdo e dall’avventurismo in Siria. Non è una buona notizia per la stabilità di un Medio Oriente in disgregazione e di un’Europa balbettante. E impaurita dal terrore. E intanto l’Egitto, membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha bloccato l’approvazione di una risoluzione presentata dagli Stati Uniti che prevedeva la condanna del golpe in Turchia.

Fonte: IlSole24Ore