Il massacro di Dacca ha fatto scoprire tragicamente al mondo e all’Italia che il Bangladesh non è soltanto una delle fabbriche del mondo, come già sapevamo, ma anche una filiale della Jihad globale. Sono le stesse vittime italiane del commando dell’Isis, in gran parte imprenditori del tessile, a indicare con la loro presenza che qualche tempo fa l’antico Bengala era stato piazzato con un certo ottimismo da Goldman Sachs nella lista dei Next Eleven, il gruppo di Undici paesi candidati a raggiungere le potenze emergenti dei Brics. Sappiamo anche come molte di queste previsioni siano naufragate: fino a qualche tempo fa il Bangladesh sembrava contraddire però il fallimento di altri Paesi emergenti.

Alle sconfitte sul terreno del Califfato si accompagna un rilancio del terrorismo jihadista a partire dai paesi islamici: pochi giorni fa in Turchia, l’altro ieri in Bangladesh. Anzi forse si può affermare che l’Isis, in arretramento militare in Medio Oriente e in Libia, in concorrenza locale con Al Qaeda – come del resto avviene anche in Pakistan e Afghanistan – abbia scelto qui di colpire gli occidentali perchè sono una parte fondamentale del boom del Paese, oltre che rappresentare valori contrari alla sua visione estrema e inaccettabile dell’islam.

La jihad globale, come ci dicono i precedenti di Al Qaeda, non si fermerà di fronte a una sconfitta militare del Califfato in Siria e in Iraq ma probabilmente è destinata a continuare con l’arma del terrorismo anche nelle aree del Sud Est asiatico, in Paesi come appunto il Bangladesh, l’Indonesia, lo stato musulmano più popoloso, la Malaysia, la Thailandia meridionale: qui si colpisce un modello di società che sta tentando una sintesi tra Islam e modernità che non può essere tollerata dai jihadisti e dall’ideologia islamica più radicale.

Il Bangladesh inoltre è un alleato dell’India che si fa prestare soldi dal Giappone, non dagli arabi del Golfo, e si pone in contrapposizione con il Pakistan da cui si staccò nel 1971 con una guerra che fece quasi tre milioni di morti. Non è certo un caso che oltre alle cellule dell’Isis agiscano più o meno alla luce del sole movimenti islamisti speculari a quelli pakistani. La destabilizzazione bengalese fa parte di un piano che investe tutto il sub-continente indiano.

Adesso bisognerà vedere come questa strage inciderà sul boom bengalese. In pochi anni il giro d’affari del tessile bengalese è passato da 4,8 a 20 miliardi di dollari, un settore che impegna cinque milioni di persone e rappresenta l’80% delle esportazioni. Dopo la Cina, dicono le statistiche, il Bangladesh è il maggiore produttore di abiti pronti del mondo.

Ma questo campione del prèt- à-porter da almeno un triennio ha cominciato una lenta deriva verso l’islamismo, un’avanzata del radicalismo favorita dall’estrema povertà di una grande parte della popolazione che sopravvive con salari irrisori e un redito medio pro capite annuo inferiore ai duemila dollari.

Eppure la moda a bassissimo prezzo era diventata il motore di uno sviluppo nazionale che marcia oltre il 6-7% l’anno di aumento del Pil. Il denaro facile del tessile da
esportazione ha fatto nascere una nuova élite occidentalizzata che viaggia in Suv, gioca a golf e manda i suoi figli a studiare negli Stati Uniti o a Londra, dove vive una parte della dinastia al potere e un brillante deputato del Labour Tulip Sidiqi nipote del primo ministro, la signora Sheikh Hasina, una sorta di Benazir Buttho alla bengalese: il padre fu assassinato nel 1975 e le tra tante vicende alterne, alcune per corruzione, è andata al governo tre volte, l’ultima sette anni fa. In Parlamento siedono 300 deputati, ufficialmente una trentina possiedono fabbriche tessili ma sono in realtà sono molti di più perché diversi politici si servono di un prestanome. A diventare floridi non sono stati soltanto i produttori ma anche gli intermediari delle centinaia di “Case d’acquisto” che combinano gli affari tra i locali e gli stranieri.

Il quadro fiorente del Bangladesh è appassito prima ancora che per colpa degli islamisti, per altro una presenza storica e controversa nel Paese, quando il 24 aprile 2013 a Savar, sobborgo di Dacca,crolla il Rana Plaza, un edificio commerciale di otto piani. Considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nella storia, e forse anche il più letale cedimento strutturale contemporaneo, ha segnato una svolta nel Paese: 1.129 morti, 2.500 i feriti estratti dalla macerie.

L’edificio conteneva alcune fabbriche di abbigliamento, una banca e numerosi negozi. Quando furono notate delle crepe sulla facciata, i negozi e la banca ai piani inferiori vennero chiusi ma l’avviso di evitare di utilizzare l’edificio fu ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili. Ai lavoratori fu ordinato di tornare il giorno successivo e il palazzo collassò all’ora di punta. Dentro c’erano tutti i fornitori dei marchi occidentali più famosi. Insieme ad abiti “puliti”, non prodotti dallo sfruttamento dei bengalesi, il Bangladesh ora si aspetta un reazione efficace contro il jihadismo: prima che svanisca con la tradizionale tolleranza anche il boom insanguinato dalla strage di Dacca.

Fonte: IlSole24Ore