Vince il Sì, Beppe Severgnini aveva visto giusto. Smentite le gufate che volevano il No prevalere al Referendum. Tutti i giornali, le testate tivù e le trasmissioni ritirano le già avanzate retromarcia per disconoscere la missione riformatrice e redentrice di Matteo Renzi e tornano all’ovile dell’Italia #cambiaverso. Severgnini aveva visto giusto: “Avrò sbagliato sulla Brexit, avrò cannato anche su Hillary ma su Matteo non si può errare, è il nostre De Rica”.

Vince il Sì, smentite le gufate. Senza neppure aspettare i risultati del voto degli italiani all’estero, dato per assodato il ricco consenso dei collegi elettorali di Salerno, Agrigento e San Berillo, radunate tutte le clientele – dai portantini degli ospedali etnei ai portapacchi delle start-up di Segrate – Luca Lotti, gauleiter incaricato dell’editoria, procede dritto secondo le direttive avute in alto loco.

Vince il Sì, smentite le gufate. Lotti irrompe nell’ufficio di Urbano Cairo, padrone del Corriere della Sera e senza neppure dare il tempo di discutere impone la nomina di Beppe Severgnini (non più Joe Servegnini, avendo dato prova di coraggio) quale direttore di Sette, l’allegato del quotidiano di via Solferino.

Vince il Sì, smentite le gufate. Cairo oppone una sua rasposa resistenza ma Lotti è irremovibile. Dietro di sé, infatti, ha Beppe che con eclatante entusiasmo appare sulla soglia, spalanca il suo proverbiale impermeabile bianco da passeggiatore di Hyde Park e mostro orgoglioso il progetto di rilancio del settimana già bello che fatto.

Vince il Sì, smentite le gufate. Non è che un passo quello di Sette. Cairo nulla può rispetto ai comandi inequivocabili di Lotti. A gennaio Beppe, infatti, sale la scalinata nobile e si accomoda sulla poltrona di direttore del Corriere della Sera ma intanto, già su Sette, fa capire di che legno sarà fatta la scopa sconfessando la linea editoriale dell’attuale direttore.

Vince il Sì, smentite le gufate. Ecco il programmino approntato da Beppe: ampi servizi sulla magnificenza del Palio di Siena, reportage dalla Spagna dedicati all’appassionante epopea delle corride, quindi elogio di Vicenza e delle squisite ghiottonerie a base di gatti al forno, infine editoriali su cui impegnare il governo sul ripristino delle ronde di accalappiacani in tutto il territorio.

Vince il Sì, smentite le gufate. Urbano Cairo non può che assecondare i desiderata del gauleiter di Firenze e già vede in pericolo La7, il suo gioiello, dove certo – intima Lotti – “non può lasciar correre l’andazzo così sfacciatamente indifferente ai tanti meriti del governo”. Lotti non è però così brutto come lo si dipinge, ha un moto di pietà quando scorge in Cairo un’ombra di terrore alla richiesta di mettere chissà chi alla guida della rete e perciò basta, lo convince a vendere La7. L’acquista una start-up di Salerno controllata da Vincenzo De Luca.

Vince il Sì, smentite le gufate. Severgnini aveva visto giusto mentre alla Repubblica già smollavano. Messa a posto l’entryt-strategy al Corriere, Lotti passa a Largo Fochetti dove, facendo un grandissimo favore a Carlo De Benedetti, all’amministratore delegato Monica Mondardini che non ne può più, e perfino a Rodolfo De Benedetti ormai convinto ad ascoltare il padre e smetterla con Edipo, apparecchia l’exit-marameo a Marione Calabresi.

Vince il Sì, smentite le gufate. E non si fanno prigionieri! Una festa che dura poco. Manco il tempo di spargere sorrisi in casa De Benedetti e Luca Lotti versa l’amaro calice della decisione irrevocabile di Matteo sul successore di Calabresi. Mondardini, al sentire il nome, atterrita se ne va via come Medea tra le urla lungo la Cristoforo Colombo; Eugenio Scalfari brandisce il suo bastone all’indirizzo del forforoso gauleiteir di Renzi e anche Ezio Mauro, con il suo gomitolo di linee sinistre in mano, si mostra perplesso.

Vince il Sì, smentite le gufate. Una festa che dura poco a Largo Fochetti. Non si fanno prigionieri nell’Italia che #cambiaverso e il nome fatto da Luca Lotti per la direzione di Repubblica è uno solo: Daria Bignardi. “Matteo lo vuole” dice il gauleiter sbattendo il pugno sulla scrivania e senza più consentire repliche agli astanti: “Lei viene qui, a Repubblica, e Gad Lerner direttore di Rai3; vince il Sì, datevi verso”.

Fonte: Il Foglio