Morirono in otto. Cinque alpinisti dilettanti, tre professionisti andati in loro soccorso. Il sesto dilettante della lista si salvò, ma ci rimise mani e naso. Accadde sull’Everest, lì dove l’aria è sottile, la natura implacabile, l’uomo una povera cosa, per quanto orgogliosa.

Successe vent’anni fa, quando scalare era ormai diventato un business e al campo base sotto la Cima del mondo sembrava di essere in una stazione sciistica per amanti delle sensazioni forti. Tour operator contrapposti, in un gioco avventuroso da 65mila dollari a persona, un mese per acclimatarti prima del grande balzo e poi una corsa contro il tempo e a favore di atmosfera. Scoppiò invece la tempesta perfetta, leggerezze e errori fecero il resto.

Fuori concorso alla settantaduesima Mostra del Cinema, Everest conferma la tradizione veneziana del film d’apertura spettacolare, come segno distintivo della gestione Barbera: era già successo con Gravity e Birdman . Anche se un’interruzione della proiezione per alcuni minuti rovina la festa e crea non poco imbarazzo.

Costato 65 milioni di dollari, girato in 3D in Nepal, nelle Dolomiti (Val Senales) e in studio (Cinecittà), il film allinea un cast di tutto rispetto: Jake Gyllenhall, Josh Brolin, Jason Clarke, John Hawkes, Robin Wright, Emily Watson e Keira Knightley. Il prodotto è sontuoso e tuttavia gelido, non solo e non tanto per i 60 gradi sotto zero in cui spesso la troupe si è trovata a lavorare. Rispetto alla tragicità di una storia vera, quello che fatica a emergere è il perché di uno sport estremo in cui si cimentano persone comuni, le motivazioni che ne sono alla base, il significato dietro exploits così particolari. «Certo la montagna può essere una metafora» dice il regista islandese Baltasar Kormakur, «ma a me premeva raccontare il suo terribile potere e insieme la dinamica di un gruppo. So benissimo che è purtroppo anche una storia di commercializzazione, l’adrenalina a pagamento, ma lì, in quelle condizioni, c’è fra la guida “alpina” e i suoi clienti un legame veramente di vita e di morte, non si può barare e/o tirarsi indietro. Proprio perché racconta una storia vera, Everest non è un film con una tesi accusatoria o difensiva. C’erano da rispettare delle memorie, quelle dei sopravvissuti e quelle dei parenti degli scomparsi, c’era la volontà di andare oltre la soggettività di tutta la letteratura che è stata scritta in proposito, a partire dal bellissimo Aria sottile di Jon Krakauer, il giornalista che partecipò a quella tragica spedizione».

L’effetto 3D, paradossalmente dà al film un’impressione di artificialità, la infinitezza dell’essere umano ulteriormente accentuata dal vederselo quasi in platea e insieme sperso nel ghiaccio infinito e primordiale. «Non abbiamo usato computer grafici, abbiamo cercato di stare il più possibile vicini alla realtà» spiega il regista. «Abbiamo dovuto evacuare il campo base in Nepal proprio perché le condizioni atmosferiche andavano oltre una soglia accettabile di rischio. Credo però che l’intimità epica dei protagonisti di Everest poteva essere resa possibile solo in questo modo». Delle due donne, Keira Knightley è la moglie del capo spedizione (Jason Clarke sullo schermo), che non seguirà il marito perché incinta, e però telefonicamente sarà consapevole della sua agonia. Emily Watson è la responsabile del campo-base. «È una sorta di testimone» dice l’attrice, «un coro emotivo che fa da contrappunto alla tragedia. È una donna forte, che non si dà mai per vinta, ma che sa come l’ultima parola spetti sempre alla montagna».

Fonte: Il Giornale