La strage di Sultanahmet, nel cuore della Istanbul monumentale e turistica, dove un terrorista di origine saudita si è fatto esplodere uccidendo dieci persone, otto delle quali turisti tedeschi, non è il primo crudele memento che l’Isis invia alla Turchia di Recep Erdogan. Nell’ottobre 2015 altri kamikaze colpirono ad Ankara, uccidendo 106 persone in un corteo di appoggio alla causa curda, e prima ancora, nel luglio 2015, 34 persone erano state uccise in un attentato nella città di Suruc durante un’altra manifestazione pacifica, di sostegno alla ricostruzione di Kobane, la città siriana al confine con la Turchia assediata, a lungo occupata e martirizzata dall’Isis mentre Erdogan rifiutava di intervenire.
Ecco perché si può parlare di memento. Colpendo in luoghi così altamente simbolici (la capitale Ankara, la Istanbul più popolare nel mondo, la Suruc piena di profughi siriani) l’Isis richiama all’ordine Erdogan. Non piace, al Califfato, il Presidente che nel 2015 (luglio) autorizza gli Usa a usare la base di Incirlik per le operazioni su Siria e Iraq, né quello che pian piano rende meno indecente la gestione dei quasi mille chilometri di confine con la Siria, da cui passavano verso il Califfato migliaia di giovani combattenti e armi e carovane e dal Califfato verso la Turchia autobotti piene di petrolio (cioè di soldi freschi per l’Isis).
Non piace al Califfato nemmeno l’Erdogan che si trasforma nel nuovo Gheddafi e incassa miliardi dall’Unione Europea per trattenere i profughi siriani invece di spedirli lungo la rotta dei Balcani verso la Germania e i Paesi del Nord. Per l’Isis e le altre formazioni islamiste anche i profughi sono un’arma, da usare per destabilizzare altri Paesi della regione (per esempio il Libano dov’è forte la componente sciita e che ora accoglie un milione e duecentomila siriani in gran parte sunniti; o la Giordania, che resiste sotto il peso di 600 mila profughi e rifugiati) o per mettere sotto pressione un’Europa già timida e impotente.
Che Erdogan combatta i curdi e li ammazzi (lo stesso presidente ha comunicato che lì esercito ha eliminato 3.100 membri del Pkk nel 2015), al Califfo e ai suoi importa poco, perché tutto questo avviene in Turchia o nei santuari del Kurdistan iracheno. Poco può fare, Erdogan, contro i curdi che oggi più lo preoccupano, cioè quelli che costituiscono il nerbo delle Syrian Democratic Forces, un gruppo assemblato e armato dagli Usa che combatte nel Nord-Est della Siria. Queste forze stanno avanzando verso Ovest e potrebbero infine congiungersi con l’enclave del Rojava fino a creare una fascia curda proprio al confine con la Turchia.
Proprio questa questione, però, esemplifica bene quale sia, oggi, il vero problema di Erdogan. Il Presidente che per dieci anni ha condotto il Paese in una rapida risalita verso lo sviluppo economico e la modernizzazione, ha cominciato a battere in testa quando ha rinunciato alla tradizionale parola d’ordine “niente problemi con i Paesi vicini”. Prima ha cercato il confronto con Israele dopo l’incidente della “Mavi Marmara” (la nave cercò di forzare il blocco israeliano, nove cittadini turchi rimasero uccisi) al largo di Gaza nel 2010. E ora, senza troppa pubblicità, è costretto a ricucire con Netanyahu.
Poi ha cercato di profittare della guerra civile tra Assad e i ribelli per partecipare alla spartizione della Siria. Ma la recente Risoluzione Onu ha stabilito che l’odiato Assad dovrà comunque partecipare alle trattative per trovare una tregua agli scontri e avviare il Paese verso le elezioni democratiche, e l’intervento russo ha escluso che, domani, si formi uno spazio siriano dominato in esclusiva dalla Turchia o dai sunniti.
Quindi Erdogan ha cercato e trovato l’incidente con la Russia, abbattendo il Sukhoi-24 che per 17 secondi aveva sconfinato in Turchia, subendo la reazione di Mosca che ha portato con sé anche quella dei Paesi dell’Asia Centrale, ai quali la Turchia ha sempre guardato come a uno spazio di potenziale espansione economica e culturale. Un mese dopo l’abbattimento del caccia russo, i Paesi della Comunità di Stati Indipendenti (Russia, Kyrgizistan, Kazakhstan, Tagikistan, Azerbaigian, Moldavia, Belorussia e Armenia) si sono ritrovati a Mosca e hanno unanimemente condannato la Turchia, invitandola a scusarsi con la Russia. Questo dopo che Repubbliche con il Kirgizistan avevano ricevuto miliardi e miliardi in aiuti da Ankara.
Inoltre: il rapporto con l’Arabia Saudita. Ankara si era scontrata nel 2013 con Riad, all’epoca della defenestrazione del presidente Morsi e dei Fratelli Musulmani da parte dei militari, con la Turchia a favore dei Fratelli e i sauditi a favore di Al Sisi e dei generali. Partita per contendere all’Arabia Saudita il ruolo di “primus inter pares” tra i Paesi sunniti del Medio Oriente, la Turchia di Erdogan si è poi dovuta integrare prima nelle iniziative belliche saudite in Yemen e poi nella coalizione militare dei 34 Paesi sunniti. Le una e l’altra viste da molti osservatori, anche turchi, più come un mezzo di Riad per regolare il contenzioso con l’Iran che per combattere il terrorismo. Quindi un modo per trascinare anche la Turchia in un confronto con gli ayatollah della cui convenienza molti hanno forti dubbi.
Il problema di Erdogan, quindi, non è l’Isis ma una massa di ambizioni gestite senza criterio e senza acume strategico, e che ora si stanno ritorcendo contro il suo Paese. Oltre a complicare non poco la situazione di una regione già stremata da guerre e crisi senza fine.

Fonte: Famiglia Cristiana