L’atto finale del Congresso di Vienna venne firmato due secoli or sono, il 9 giugno 1815, a conclusione dei lavori svoltisi nella capitale asburgica a partire dall’autunno dell’anno precedente. Essi, per usare le parole del principe di Metternich, avevano avuto come obiettivo quello di «stabilire un equilibrio politico, il più perfetto possibile» fra le grandi potenze in modo tale da «ricostruire l’edificio politico dell’Europa» sconvolto dalle guerre rivoluzionarie e napoleoniche. Non si era mai vista una riunione diplomatica paragonabile a quella che ebbe luogo nella cornice al tempo stesso fastosa e austera del barocco viennese. La capitale dell’Impero, all’epoca una città di poco più di 250.000 abitanti, venne invasa da un esercito di individui, circa 100.000 persone, provenienti da ogni Paese e di ogni condizione sociale. Vienna si era preparata all’evento, inizialmente programmato per la fine di luglio e poi slittato alla fine di ottobre 1814. La città visse i mesi del Congresso in un clima mondano, di festa continua, aristocratica e popolare al tempo stesso. Sembrò che i lavori andassero a rilento. Una boutade dell’ironico e irriverente principe di Ligne è famosa: «Il Congresso non cammina, balla». Ma non era vero. Facevano, infatti, parte integrante dell’attività politico-diplomatica la sfrenata vita di società, i ricevimenti mondani, le cerimonie ufficiali. Lo stesso si può dire per le tresche amorose che ebbero per protagoniste donne bellissime, intelligenti, intriganti, influenti, sempre, però, eterodirette in nome di una vera e propria «diplomazia del boudoir». Caterina Guglielmina di Sagan, per esempio, fu utilizzata da Talleyrand per influire su Metternich e sullo zar, mentre Caterina di Bagration, prima amante di Metternich a Dresda e poi dello zar a Vienna, mise in piedi un salotto dove si faceva politica fra un amore e l’altro e dove si radunavano i sostenitori dei diritti di Mosca sulla Polonia. Alla ricostruzione dei lavori che si svolsero nella splendente città imperiale è dedicato il bellissimo volume di Harold Nicolson dal titolo Il Congresso di Vienna (Castelvecchi, pagg. 288, euro 20) scritto all’indomani della Seconda guerra mondiale: un classico della storiografia, opera di un grande diplomatico e scrittore inglese, redatta con finezza interpretativa e con stile elegante, attenta alla descrizione psicologica dei protagonisti oltre che, naturalmente, ai sottili scontri diplomatici, talora in punta di fioretto, che animarono le riunioni, formali e informali, svoltesi in diverse residenze o nel castello di Schönbrunn o, persino, in sale da ballo e in accoglienti alcove.

Al Congresso parteciparono in moltissimi – i plenipotenziari di tutti gli Stati che avevano preso parte alle coalizioni antinapoleoniche – ma, di fatto, i lavori furono guidati dalle quattro grandi potenze alleate (Gran Bretagna, Russia, Austria e Prussia) e dalla Francia. Metternich, sostenitore dell’assolutismo illuminato – l’uomo che aveva caldeggiato la crociata dell’Europa dinastica contro la Francia napoleonica e che, dopo la sconfitta dell’imperatore, aveva promosso la convocazione del Congresso – ne fu il regista. Fu lui a disegnare il nuovo assetto della carta geopolitica europea all’insegna della restaurazione ispirandosi al «principio di equilibrio», in nome del quale si oppose alle rivendicazioni delle nazionalità ritenendo che il successo di queste ultime avrebbe comportato la polverizzazione del continente e messo in pericolo la «stabilità». Nicolson osserva con arguzia che Metternich interpretava la parola «equilibrio» in maniera «quasi meccanica» dal momento che «tendeva a considerare la politica nello stesso modo che considerava gli orologi astronomici, gli astrolabi e gli altri strumenti con cui aveva la mania di divertirsi nei momenti liberi». E aggiunge che quest’uomo, poliglotta ed elegantissimo, convinto della «infallibilità del proprio giudizio», considerava la «politica dell’equilibrio» nelle relazioni internazionali alla stregua di «un principio quasi cosmico». Era, per molti versi, quella di Metternich, un’idea, se non proprio simile, certo funzionale al principio della balance of powers caldeggiato dal ministro degli Esteri inglese Robert Stewart Castlereigh. Una idea che, però, trovò il completamento nel «principio di legittimità» fatto valere al Congresso di Vienna dall’altro indiscutibile protagonista, il principe di Talleyrand. Vero e proprio mostro di abilità diplomatica, questi, il «diavolo zoppo», capace di inserirsi e transitare fra le pieghe della storia, riuscì a realizzare un miracolo evitando che la Francia fosse posta sul banco degli imputati e ottenendo, anzi, che venisse accettata come fattore imprescindibile per la salvaguardia dell’equilibrio internazionale. Sulla base di questi principî fu costruito il novus ordo che concedeva alla Russia parte della Polonia e alla Prussia parte della Sassonia, creava la Confederazione Germanica, restaurava gli antichi sovrani negli Stati italiani accrescendo il peso dell’influenza austriaca sulla penisola. E fu messo in piedi un sistema internazionale destinato a durare un secolo, fino alla Prima guerra mondiale, perché né la guerra di Crimea né le rivoluzioni nazionali del XIX secolo comportarono crisi globali. L’idea del «concerto delle potenze» garanti dell’equilibrio generale attraverso la diplomazia e capace di contenere o controllare le pretese egemoniche di singole potenze nacque allora e si rivelò vincente. Henry Kissinger fece osservare come a Vienna fossero state gettate le basi per la costruzione di un ordine internazionale «legittimo» cioè condiviso sulla base di un principio riconosciuto generalmente valido: un ordine capace di autotutelarsi grazie a quella che oggi chiameremmo la «diplomazia multilaterale». Sotto un certo profilo, il sistema internazionale messo in piedi dal Congresso di Vienna fu il precursore della Società delle Nazioni, prima, e dell’Onu, dopo. E se, all’indomani della Prima guerra mondiale, la costruzione voluta da Wilson funzionò poco e male ciò fu dovuto al fatto che essa venne percepita, più che come «concerto delle potenze», come «sindacato dei paesi vincitori». Nicolson riporta una battuta, sconsolata e amara, di Metternich: «Avrei dovuto nascere nel 1900 e avere dinanzi a me il XX secolo». A questa battuta fa seguire alcuni interrogativi: «Possiamo sorridere di questo anacronismo, ma è veramente così fantastico? Non avrebbe potuto Metternich comprendere anche meglio dei nostri liberali il vero significato e le implicazioni della Società delle Nazioni? Non avrebbe lui, con il suo acuto senso della solidarietà degli interessi nazionali, potuto predicare, precorrendo i tempi, le limitazioni della sovranità degli Stati?». Sono domande che l’autore si poneva nel 1945 ma che, oggi, sono ancora attuali.

Barbara D’Urso è una straordinaria donna televisiva, ha un linguaggio colloquiale ai limiti dell’ordinario, e le riesce di semplificare tutto, perfino il proprio nome che, in realtà, non è Barbara bensì Maria Carmela. Venuta alla luce a Napoli, da madre originaria delle terre d’Aspromonte, la cui gente è stata ottimamente descritta da Corrado Alvaro, è nata per stare davanti alle telecamere, dove in effetti trascorre l’intero giorno, l’intera settimana (in pratica è sempre lì), come Matteo Renzi. Ha appena terminato il ciclo annuale di Domenica live , che riprenderà dopo la pausa estiva, ma continua imperterrita ad andare in onda con Pomeriggio Cinque , striscia quotidiana che dura un’ora e mezzo, in cui si trattano argomenti di varia umanità, suscitando l’interesse di un vasto pubblico. Talmente vasto che i dirigenti Mediaset, più sensibili alle ragioni di cassa che a quelle sociali e culturali, giustamente hanno in animo di prolungare a vita il contratto alla regina delle conduttrici. La quale, quando non è in piena attività sotto i riflettori, cambia addirittura aspetto. Recentemente l’ho incontrata in un vialetto di Cologno Monzese e confesso di non averla riconosciuta. Non l’ho salutata nemmeno quando mi si è parata davanti, dicendo: «Vittorio, non ti ricordi di me?». Come no. È impossibile dimenticare Barbara, dato che è fissa sul video. Il problema è che a fari accesi le persone di spettacolo si trasfigurano e a luci spente si spengono anch’esse: diventano talmente normali da non essere più identificabili quali star. Barbara tuttavia è sempre piacente. Lo sarebbe anche in ciabatte e avvolta nell’accappatoio. È simpatica al popolo televisivo, pertanto snobbata da coloro che si autopromuovono intellettuali. Da anni i suoi programmi registrano record d’ascolti e ciò la rende insopportabile ai censori e ai recensori più raffinati, che le rimproverano di sfruttare gli sfigati (poveri cristi afflitti da disgrazie d’ogni tipo, che costituiscono un serbatoio inesauribile di protagonisti melodrammatici) al fine di incrementare l’audience. Accusa fuori luogo. Altrimenti bisognerebbe deplorare chiunque si sia occupato di storie aspre, da Sofocle a Shakespeare, e non mi pare il caso.

Tornando coi piedi a terra, occorre dire che Maria Carmela, mentre gode della stima degli editori e dei telespettatori che guardano la tv a scopo digestivo e non per aumentare i loro saperi, è perseguitata dall’invidia di numerose colleghe che aspirano a soffiarle il posto e, ovviamente, lo stipendio. Deve rassegnarsi. Il successo è una medaglia il cui rovescio è la rabbia di chi lo cerca invano. Non bastasse tutto ciò, la D’Urso deve fare i conti anche con la corporazione dei giornalisti, tra i quali abbondano gli scontenti e frustrati che, non potendo vantare una rinomanza nazionale e neppure rionale, non le perdonano di colloquiare con gli ospiti. Costoro pretenderebbero che la gentildonna si limitasse a salutarli e, preferibilmente ricorrendo all’alfabeto muto, li invitasse a raccontarsi, evitando con cura di porre loro domande. Perché? Interrogare qualcuno in tv significa, secondo l’Ordine degli scribi, esercitare la professione giornalistica, specialità riservata agli iscritti all’albo. Barbara era iscritta e ora non lo è più, quindi sarebbe un’abusiva del mestiere di cronista. Le è vietato fare interviste. Sono sicuro che nell’eventualità di un contenzioso, i giudici chiederebbero delle perizie psichiatriche. Per chiacchierare al microfono serve il tesserino di redattore? Grottesco.

Fonte: Il Giornale