Che cosa ha da dire oggi agli israeliani il presidente Mattarella che andrà anche a Betlemme da Abu Mazen? L’Italia si astenne al voto per l’ingresso della Palestina all’Unesco in mancanza di una posizione europea unitaria. Si è poi recentemente astenuta all’Unesco sulla risoluzione concernente Gerusalemme. Una posizione molto criticata, anche all’interno. Le dichiarazioni del viceministro israeliano Ayoub Kara sul terremoto, dovuto, secondo lui, a una punizione divina per le scelte della nostra diplomazia sono la prova però che a volte astenersi è meglio. Costituisce se non altro un mezzo per farci prendere in considerazione. Per incoraggiare Mattarella nel suo viaggio, gli israeliani si sono scusati definendo “inappropriate” le parole del viceministro. Meno male. Chissà cosa penseranno i rappresentanti di questo governo: le ultime scosse di terremoto hanno colpito anche i monaci della cattedrale di San Benedetto a Norcia, un altro esempio di astensione mondana da punire. Eppure dovremmo ringraziarlo il viceministro israeliano, per altro ricevuto recentemente anche dal Papa, e non indignarci troppo. E’ la dimostrazione che qualunque imbecille può colpirci al cuore. Il motivo per ringraziarlo è semplice: o si prende una posizione decisa e comprensiva sulla più lacerante questione mediorientale, traendone le conseguenze ed essendo pronti anche a pagarne il prezzo, oppure è meglio stare zitti e astenersi. Anche perché il Paese sulla questione si dividerebbe prestando il fianco a ingerenze esterne che sono già pesanti e visibili. Ecco perché Mattarella esprimerà sia a israeliani che ai palestinesi la posizione dell’Italia ispirata all’ardito concetto di “equivicinanza”. Nei confronti di Israele significa, in concreto, che l’Italia è il terzo partner a livello di Unione europea mentre globalmente si colloca in sesta posizione.

Non male, al punto che in anni passati (2013-2014) abbiamo superato Francia e Germania messe insieme nell’export di armi verso Israele. E di particolare interesse sono i contatti per verificare la possibilità che l’Italia costituisca in futuro con l’Eni l’hub principale per il transito verso l’Europa centro-settentrionale del gas israeliano destinato all’esportazione, unendo anche le risorse energetiche egiziane in una sorta di vagheggiata diplomazia delle “pipeline della pace”. Del resto Israele fa parte di una triangolazione economico-strategica dell’Italia con un altro partner importante come la Turchia cui stiamo vendendo i sistemi anti-missile della Finmeccanica. Sempre che Erdogan non rimanga infuriato con i municipi italiani che danno la cittadinanza onoraria al capo del Pkk Ocalan: “o la smettete o il negoziato salta”, ha detto recentemente alla nostra diplomazia. Non è un caso che l’Italia si sia adoperata in questi anni per il riavvicinamento tra Israele e la Turchia ospitando i colloqui di Roma poi andati a buon fine. Ecco perché dopo avere votato l’astensione all’Unesco su Gerusalemme il premier italiano si è arrabbiato definendola “allucinante”. Un aggettivo che per altro mai viene usato per l’allargamento degli insediamenti israeliani nei Territori. Al di là del merito di un documento assai discutibile, il nostro opportunismo è evidente. E’ inutile rimpiangere il passato, Andreotti e Craxi presero posizioni anti-americane e anti-israeliane o comunque non ortodosse perché negli equilibri della guerra fredda potevamo contare ancora su qualche leva, oggi non più. Ci barcameniamo perché siamo una piccola-media potenza uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale e tale, 70 anni dopo, ci considerano i nostri alleati. Abbiamo una sovranità limitata da Usa e Nato e nel 2011 i nostri più stretti alleati hanno abbattuto il maggiore partner italiano nel mondo arabo che appena sei mesi prima avevamo ricevuto a Roma in pompa magna e nel consenso quasi generale del Parlamento: è stata la più severa sconfitta dalla seconda guerra mondiale.

Questo sì che è stato un evento nazionale, negativo ma nazionale. In Libia volevano persino bombardare i terminali dell’Eni, come ha ammesso l’ex ministro degli Esteri Frattini. In questi anni abbiamo partecipato a diverse missioni militari che in alcuni casi non corrispondevano ai nostri interessi ma valutando che avrebbero portato dei benefici agli standard internazionali del Paese e che non partecipare sarebbe stato addirittura peggio: abbiamo constatato che non è proprio così. Abbiamo avuto gli svantaggi ma non i vantaggi. O ci diamo una politica estera realmente indipendente (ma siamo pronti appunto a pagarne il prezzo? non pare..) oppure in molti casi l’astensione, che può non piacere, è la scelta migliore e può persino portarci dei vantaggi. Gli stati non hanno amici ma interessi e non si vede perché dovremmo difendere quelli altrui quando non coincidono con i nostri. Inoltre il Paese è vulnerabile non solo per ragioni militari, economiche, finanziarie ma anche morali. Anzi è vulnerabile proprio per motivi morali: paghiamo cattiva amministrazione, lassismo e corruzione. Raramente su ogni questione esprime posizioni unitarie come accade ad altre potenze concorrenti o alleate dove si seguono i governanti e la volontà della maggioranza. Basta vedere i nostri vicini francesi: magari dibattono all’interno ma quando c’è da fare gli interessi nazionali si compattano, anche di fronte alla violazioni della sovranità altrui. Paesi più piccoli del nostro assumono decisioni coraggiose, questo non significa che dobbiamo farlo anche noi: astenendoci possiamo se non altro stimolare una riflessione sul perché siamo arrivati a questo punto. Magari in silenzio, ognuno per conto proprio. Tutti hanno diritto a rivendicare con orgoglio la loro storia però non devono confonderla con una nazionale. Nel caso dell’Italia la “storia nazionale” è stata limitata ad alcune fasi, spesso assai controverse e talvolta non le più felici. Abbiamo fatto troppe guerre per non sapere che anche qui, soprattutto qui, il nemico peggiore di solito lo abbiamo alle spalle.

Fonte: Il Sole 24 Ore