Le ultime elezioni regionali hanno, pare, soddisfatto un po’ tutti i partiti: chi si proclama vincitore, chi si accontenta del pareggio, e nessuno che abbia perso. Anche il fatto obiettivo che tutti quanti abbiano perso voti, visto il numero di astensioni, viene nascosto presentando soltanto le percentuali e ragionando unicamente su di esse. Si dirà che l’astensionismo va, ormai, considerato un dato fisiologico. Eppure, l’affluenza alle urne nel nostro Paese – se pur negli anni in costante diminuzione – è sempre stata piuttosto alta. Alle politiche del 2008 superava l’80% e in quelle del 2013 si attestava pur sul 75%. Nelle Regionali, l’affluenza era pur stata, solo cinque anni fa, del 64%. Ora poco più del 50% si è recato alle urne. Si tratta indubbiamente un crollo. Cosa spiega questa calo?

Per prima cosa, penso che si debba riflettere su un aspetto essenziale: se si mettono a confronto i dati delle comunali con quelli delle elezioni regionali ci si rende conto che la partecipazione al voto dei comuni è molto più alta. È la Regione che viene sentita, oggi, come qualcosa di estraneo ai cittadini. In effetti, se c’è un luogo di corruzione per eccellenza, forse addirittura superiore a quello centrale, è proprio la Regione. Se si fosse veramente voluto ripartire da una riforma della ordinamento repubblicano, si sarebbe dovuto cominciare proprio da una ristrutturazione delle Regioni in Macro-Regioni. Ed il risultato di questa tornata elettorale non fa che confermare il crescente distacco da parte dei cittadini rispetto al livello di governo regionale.

Vorrei, tuttavia, richiamare l’attenzione anche su un altro punto: l’astensione si spiega con il venir meno della tensione ideologica che aveva contraddistinto il sistema dei partiti proprio della Prima e della Seconda Repubblica. Nella Prima si votava per o contro il comunismo, nella Seconda per o contro Berlusconi. Si noti già il passaggio: nel primo caso ci troviamo in un contesto di contrapposizione ideologica, nel secondo ha già preso il sopravvento la personalizzazione della politica. Dalla democrazia della rappresentazione ideologica si passa alla democrazia del pubblico, per servirsi di una bella espressione di Bernard Manin, in cui i rappresentanti sono “eletti in base all’immagine”. Ma oggi per cosa si vota? E per chi si vota?

Questo è il problema: tanto le ideologie quanto i leader sono nel nostro Paese appannati. Solo due parole su questi ultimi. Se si esclude Salvini – la cui funzione, tuttavia, è ancora essenzialmente “negativa” –, nei consensi tutti i leader sono in sofferenza. Renzi bucherà ancora il video, ma non sfonda più. Berlusconi ci riprova, ma lui stesso è alla ricerca di un altro leader per il centrodestra. Grillo non prende più il maalox ma il ginseng, ed è stato sostituito dai parlamentari onnipresenti in tutti i talk. E ora si dicono convinti che si vince andando in televisione e facendo come tutti gli altri partiti.

Concentriamoci, però, sulle ideologie. C’è un partito che della “crisi delle ideologie” ha fatto il suo cavallo di battaglia. Ma, nel M5S, questa scelta post-ideoologica ha finito per occultare la mancanza totale di una reale posizione politica: tutta l’attenzione si concentra sulla necessità di moralizzare la vita pubblica (l’onestà tornerà di moda, lotta alla corruzione, alla “casta”, riduzione dello stipendio, etc.). Anche il reddito di cittadinanza può essere letto come una posizione moralista, e non politica. Nessun dubbio che siano cose importanti, ma possono da sole qualificare l’azione di una forza politica? E’ pur vero che di recente si è pure aperta la battaglia contro l’Euro, ma è stato veramente raccolto il milione di firme richiesto da Grillo? Sì dirà che l’idea di fondo resta quella della democrazia diretta e della “disintermediazione” tra Stato e cittadini. Certo, questo era il programma, ma è del tutto evidente che ora di fatto questo programma sia stato accantonato e il movimento sia diventato a tutti gli effetti un partito come gli altri, nel quale la rete si limita a ratificare decisione prese in comune dai padri fondatori con il “direttorio” da loro stessi formato (Grillo stesso, nel suo ultimo post, si è lasciato sfuggire che il M5S avrebbe oggi «il ruolo di primo partito» in Liguria, Campania e Puglia).

Del renzismo c’è poco da dire. Ha un programma politico ben preciso: l’affossamento della democrazia parlamentare e la sua sostituzione con un governo forte capace di prendere decisioni senza subire i compromessi propri dalla politica parlamentare. Governabilità, decisionismo, efficienza: tutte parole d’ordine che hanno già ormai trent’anni di slogan alle spalle. Ciò che non si riesce però a capire è: tutto questo per realizzare che cosa? Al momento, possiamo solo dire per realizzare quello che l’ Europa ci impone. Per questo il “programma” renziano è, per sua natura, privo di ogni contenuto autonomo: la riforma radicale delle istituzioni repubblicane è esclusivamente funzionale a garantire stabilmente tutto quanto ci chiederà l’Europa. Renzi non ha bisogno di avere una posizione politica: altri l’hanno per lui.

A questo punto non resta che occuparsi della Destra. Uno spazio alla sinistra del Pd non c’è (come si è visto in Liguria, dove Pastorino ha avuto la sola funzione di contribuire a far vincere Toti). C’è spazio per una nuova destra nell’epoca post-ideologica? Stando alle dichiarazioni di Berlusconi parrebbe proprio di no, se il suo programma non va al di là del recupero del reaganismo, del neo-liberismo.

Dall’altro lato, spostare tutto sulla lotta contro l’immigrazione sembra una battaglia persa. Il lepenismo, con il nuovo sistema elettorale, verrebbe tagliato fuori come lo è in Francia.

Insomma: un pensiero post-ideologico ridotto a moralismo alla lunga risulta insoddisfacente; una sinistra appiattita su Bruxelles pure; di una destra appiattita sulla Thatcher nessuno sente più il bisogno. Nessuno crederà più alle grandi ideologie del passato, ma sarebbe sbagliato ritenere che dopo la morte delle ideologie, come dopo la morte di dio, tutto è possibile. Clifford Geertz ha definito le ideologie in senso lato come “le carte di una realtà sociale problematica e le matrici per la creazione di una coscienza collettiva”: ebbene, di queste carte e di queste matrici – siano esse di sinistra, di destra, o al di là di entrambe – si sente oggi ancora il bisogno .

Fonte: Il Fatto Quotidiano