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Elezioni Portogallo 2015: golpe eurocratico?

La sinistra portoghese rivela di aver compreso che la lotta contro il capitale e per il lavoro deve oggi necessariamente determinarsi come lotta contro l’Europa dell’euro e delle banche, della finanza e dell’economia spoliticizzata. Il Portogallo ci insegna che la lotta contro l’Unione Europea dell’euro non è reazionaria, ma emancipativa.
di Diego Fusaro - 28 ottobre 2015
Nel silenzio generale, è accaduto qualcosa di estremamente grave in Portogallo. Non se ne è parlato a sufficienza, e c’era da aspettarselo. Il sistema mediatico punta i riflettori solo su ciò che riconferma l’ordine esistente, mai su ciò che ne svela le contraddizioni e i difetti.Cos’è accaduto di preciso? In Portogallo vi è stata la grave decisione del presidente della repubblica Cavaco Silva di non affidare l’incarico di governo alla coalizione di sinistra che ha raggiunto la maggioranza, che rischierebbe con le sue “pretese populiste” di “destabilizzare i mercati”.In pratica, il Presidente si è rifiutato di conferire l’incarico al leader della coalizione anti-euro Antonio Costa che ha regolarmente vinto le elezioni se unito in coalizione con il Bloco de Esquerda. Motivo? Si destabilizzerebbero i mercati. La coalizione anti-euro portoghese è per l’uscita dall’eurozona, ma anche per lo scioglimento della Nato: è, insomma, memore della lezione di Marx, a differenza dei partiti di sinistra italici al guinzaglio di Monsieur le Capital. È, diciamolo, una sinistra che non ha sostituito la lotta per il lavoro e i diritti sociali con le lotte per i diritti dell’individuo astratto à la Robinson Crusoe.

Quanto sta avvenendo in Portogallo merita attenzione e, in un certo senso, deve destare preoccupazione per almeno tre ordini di motivi:

1) Finalmente si mostra il vero volto dell’Unione Europea, ossia dell’unificazione monetaria dell’Europa tramite la moneta unica e il potere finanziario; e il vero volto dell’Europa è oggi un volto fintamente democratico, essendo invece la sua essenza di tipo autoritario e contraria a ogni autentica vocazione democratica. Nell’Europa delle banche il potere è concentrato nella Bce e i popoli e gli Stati come soggetti non contano nulla.

Se emergono il dissenso e la volontà di uscire dal sistema euro, ecco che l’autoritarismo si mostra apertamente, come nel caso del Portogallo: decide il mercato, non il popolo. Se le scelte del popolo contrastano con quelle del mercato, tanto peggio per il popolo!
Come ho sostenuto nel mio “Il futuro è nostro” (cap. VI), l’euro e l’Unione Europea sono il compimento, nel Vecchio continente, del “capitalismo assoluto”, affrancato anche dalla residua forza del politico e dello Stato sovrano nazionale con primato della politica sull’economia. Sorge, ovviamente, una domanda: dove sono, questa volta, le anime belle della democrazia italiana? Dove sono quelli che sempre si agitano in nome dei diritti e della democrazia?

2) Finalmente anche le sinistre europee stanno acquistando coscienza di cosa sia realmente l’Unione Europea e perché occorra abbandonarla il prima possibile per rifondare un’Europa dei popoli e della democrazia, che non sia soltanto l’Europa della moneta unica e della troika. Già Lenin, nel 1915, l’aveva intuito: al cospetto della parola d’ordine “Stati Uniti d’Europa”, Lenin si era opposto fermamente, sostenendo che un tale progetto sarebbe stato inequivocabilmente reazionario, perché Stati Uniti d’Europa avrebbe voluto semplicemente dire unificazione dei capitali europei e, dunque, sconfitta del socialismo. Ed è quel che da Maastricht a Lisbona si è realizzato!

La sinistra portoghese rivela di aver compreso che la lotta contro il capitale e per il lavoro deve oggi necessariamente determinarsi come lotta contro l’Europa dell’euro e delle banche, della finanza e dell’economia spoliticizzata. Il Portogallo ci insegna che la lotta contro l’Unione Europea dell’euro non è reazionaria, ma emancipativa.

3) È ormai chiaro come il sole – e la vicenda portoghese ce lo rivela, una volta di più – che nel quadro dell’attuale eurocrazia la sola realtà sovrana è il mercato: ad esso tutto dev’essere rimesso e sacrificato. Quando le scelte democratiche contrastino con le sacre leggi del mercato, sono le prime a dover essere sacrificate: è quel che è accaduto in Portogallo. Ed è la prova che, per un verso, libero mercato e democrazia non sono compatibili e che, per un altro verso, l’Unione Europea ha scelto il libero mercato, non la democrazia. Chi ancora difende l’Unione Europea, sia onesto e lo dica apertamente: sta difendendo il mercato contro la democrazia.

Fonte: Il Fatto Quotidiano
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