La tensione corre sul filo delle telefonate tra Hollande e Al Sisi mentre una nuova ondata di paura scuote la Francia. Ma il terrorismo, non importa se subito, ormai è anche uno strumento di politica estera tra i leader. Con un’inusuale prontezza le autorità egiziane hanno subito avanzato ieri l’ipotesi di un attentato terroristico sul volo EgyptAir Parigi-Cairo. Ben diversamente nell’autunno scorso avevano giudicato l’esplosione dell’aereo russo sopra Sharm el Sheikh.
Fecero di tutto allora gli egiziani pur di deviare gli immediati sospetti dei servizi di Mosca (oggi i più inclini all’ipotesi terroristica) che avvaloravano lo scenario di un attentato. Eppure c’era il movente, l’intervento russo in Siria, e anche la rivendicazione, un video dove membri dell’Isis inneggiavano allo schianto dell’Airbus 321. L’esplosivo che il 31 ottobre scorso fece disintegrare il volo Mterojet Sharm-San Pietroburgo era stato nascosto a bordo in una bottiglia di soda, probabilmente con la complicità di qualcuno del personale di terra. Un brutto colpo per la già scarsa credibilità della sicurezza egiziana.

Il terrorismo genera angoscia ma si trasforma anche in un mezzo per affermare uno status. Il generale Al Sisi si propone sul proscenio arabo come l’uomo forte cui nulla sfugge e neppure dopo il devastante caso Regeni, ormai qui passato in secondo piano, rinuncia al ruolo che lo ha portato ad avere come alleati e sponsor americani, francesi, sauditi e allo stesso tempo a sostenere in Libia (con Francia ed Emirati) il generale Khalifa Haftar che ha appena respinto al mittente, l’Onu, il piano per il governo di unità nazionale di Fayez Serraj. Ma il terrorismo costa assai caro all’Egitto: dopo la caduta di Mubarak il turismo, il 10% del Pil, è crollato da 15 a 9 milioni di presenze.
Perché gli egiziani accreditano, senza alcuna certezza, l’ipotesi dell’attentato? Per il generale Abdel Fattah al Sisi è una buona occasione per dimostrare che le falle della sicurezza egiziana sono pari almeno a quelle dell’aeroporto di Parigi. Le disgrazie degli altri giustificano le proprie inettitudini: questi sono i tempi che corrono nei rapporti anche tra Paesi alleati. Ricordiamo che la Francia ha venduto al generale 5 miliardi di euro di caccia Rafale, pagati dai sauditi, e recentemente il presidente francese Hollande è stato al Cairo per firmare contratti sopra il miliardo. Tanti affari per la Francia nel mondo arabo ma anche molti problemi, e se si tratta di un atto terroristico questa è stilettata: ancora una volta, dopo Charlie Hebdo e il Bataclan, la capitale francese potrebbe essere all’origine di un altro spaventoso episodio.

Il terrorismo dovrebbe costringere a ragionare su come nascono i pericoli per la sicurezza. Ma non è del tutto così. L’11 settembre 2001, con il doppio attentato di Al Qaeda a Torri Gemelle e Pentagono, può insegnare ancora qualche cosa: il Senato Usa ha appena approvato una legge che permette ai familiari delle vittime di intentare una causa al governo saudita per le sue responsabilità negli attentati.
L’accusa ai sauditi ha trovato sempre maggiori conferme dai documenti declassificati, da ultima una relazione dell’Fbi che dimostra i numerosi contatti fra gli attentatori (15 erano sauditi) e le istituzioni di Riad. Di quel documento 28 pagine, le più scottanti, con le implicazioni dettagliate dei sauditi negli attentati, rimangono secretate. Ma quali sono stati gli effetti? Si è parlato molto della crisi tra Washington e Riad per l’accordo sul nucleare con Teheran, nei fatti però l’amministrazione Obama ha venduto ai sauditi armi per 80 miliardi di dollari, ha appoggiato la guerra in Yemen e permesso che la monarchia wahabita, legata a doppio filo a Washington da centinaia di miliardi in bond Usa, continuasse a finanziare i gruppi islamici più estremisti. Così vanno le cose ai tempi della Jihad e del terrorismo: gli interessi prevalgono sulla paura e non fanno cambiare politica.

Fonte: Il Sole 24 Ore