Fra i tanti paradossi che l’emigrazione si porta con sé, ben annidati dentro la babele delle parole (migranti – profughi – clandestini – confini – muri – integrazione – dissoluzione…) c’è quello di una parte del mondo in cui a un Est non corrisponde un Ovest.

Non si emigra verso i Paesi arabi delle cosiddette monarchie petrolifere, che pure fanno shopping economico su e giù per l’Occidente. Sono nazioni ricche, dove si parla la stessa lingua di chi è in fuga da quelle povere e/o in guerra, dove si pratica la stessa religione, gli usi e i costumi sono simili, eppure… È una di quelle contraddizioni che Domenico Quirico si trova a constatare in Esodo (Neri Pozza, pagg. 174, euro 16) e non è secondaria quanto a implicazioni e poi a schizofrenia. Si fugge comunque da un modello e se ne cerca un altro, troppo spesso non lo si trova o se ne viene respinti, ci si aggrappa allora a quello che si abbandonò, si finisce in un limbo disperato di rabbia e di impotenza. Più in generale, se si abbraccia l’intero continente africano, e fatta la tara e l’abiura di tutte le nequizie, le crudeltà e gli errori del colonialismo d’antan, non sarebbe ormai il caso di dire, sommessamente, per carità, che mezzo secolo abbondante di decolonizzazione si è rivelato un disastro? Non solo e non tanto in termini politici, per evitare il solito eurocentrismo con cui misuriamo le istituzioni degli altri, ma in termini economici, livello e tenore di vita, aspettative… Paesi emergenti che alla fine non emergono mai, ricchezze naturali sempre e comunque mal-sfruttate, tutele sul lavoro inesistenti, gigantismo e bidonville… Perché non se ne esce? Come mai non se ne esce?

Esodo è un bel libro perché è un libro onesto. La verità, scrive a un certo punto Quirico, «è che tutto sta crollando, parti del mondo, in Africa soprattutto, nel Sahel, nel vicino Oriente, si svuotano e restano in ostaggio del silenzio». E ancora: «Noi continuiamo a contarli, speriamo che poi vadano via, litighiamo su chi debba pagare, invochiamo il fantasma dell’Europa. Ma il problema è così gigantesco, non solo nei numeri, che forse solo le Nazioni Unite, se mai fossero efficienti e non un’ansante burocrazia dell’assistenza, potrebbero occuparsene. C’è da far posto a un popolo nuovo».

Le civiltà «opulente e soddisfatte, ma anche sfiancate e inerti» di cui parla Quirico nel libro, per quanto indicate al plurale in realtà vanno ricondotte al singolare e indicano soltanto la nostra. Possiamo per certi versi anche gloriarcene, ma sarebbe meglio farne un motivo di preoccupazione. Se partire diventa una vera e propria ideologia, tornare indietro non sarà più possibile: «Travolgeranno tutto, non si fermeranno di fronte a nulla, sgretoleranno ogni muro, barriera, ostacolo».

Costruito come una sequenza di reportage, viaggi per mare e per terra, relitti, conflitti e deserti, enclave e centri di accoglienza, Esodo ha per sottotitolo Storia del nuovo millennio e racconta proprio quello che, persi dietro a ormai polverosi dibattiti ideologico-religiosi fatichiamo a capire. Stiamo assistendo non al passaggio da una frontiera a un’altra, ma a uno scavalcamento della stessa condizione umana, il diventare «altri», arieti umani la cui identità «è completamente nuova, formata nella tragedia del viaggio, imbevuta in quell’acido cloridrico che è la vertigine del vuoto. I loro averi sono ciò che hanno nelle mani. Se riescono a sopravvivere, alle guerre, ai mercanti di carne umana, al mare, la vita si aprirà davanti a loro a ventaglio, con un nuovo avvenire».

Quello che sarebbe dovuto essere il terzo millennio del futuro, «le invenzioni, i robot, le malattie sconfitte, la democrazia planetaria, la fine della storia» si va configurando sempre più come un tuffo nel passato più oscuro… Sembrava che non dovesse accadere più nulla, che tutto fosse ormai compiuto, e invece «colonne di esseri umani attraversano a piedi l’Europa, guadano fiumi, fanno crollare reticolati e muri. Flotte di imbarcazioni fradicie, zeppe di uomini, attraversano il Mediterraneo: nella leggenda antica Genserico, re dei Vandali, signore delle terre di quello che oggi è il Maghreb, consegnò al mare, lo stesso mare, su vecchie barche senza remi né vele, i cristiani che gli disubbidivano. Per punizione. La stessa storia, le stesse acque, lo stesso dolore».

È anche per questo che le vecchie parole d’ordine non dicono più niente. Bisognerebbe redigere una vera e propria nuova mappa geopolitica, uscire da una lettura Oriente/Occidente che non ha più senso, pensare a un’Europa come soggetto autonomo, ma non chiuso e non autoreferenziale, non perso dietro il piccolo cabotaggio di nazionalismi impauriti, né dietro la contabilità economica che fa dell’uomo una merce. Occorrerebbe uno sforzo di grande politica, di ripensamento di alleanze, priorità, un sussulto di grandezza. «Abitanti di un mondo in declino scrive Quirico – trepidiamo soltanto per le nostre ricchezze, proprio come i popoli vecchi, le civiltà al tramonto. E non ci accorgiamo che nelle nostre tiepide città, in cui coltiviamo la nostra artificiale solitudine, vivono già alveari ronzanti, di rumore e di colore, di preghiera e furore: il mondo di domani». Se non riusciamo a immaginarlo, a dargli forma, ci seppellirà.

Fonte: Il Giornale