«I terroristi non arrivano con i barconi». Ora è provato, il mantra buonista usato a piè sospinto dal governo e dalla sinistra italiana per giustificare l’accoglienza indiscriminata è una grande illusione.

O meglio un’enorme e pericolosissima balla. I terroristi dello Stato Islamico sui barconi ci salgono eccome. E l’hanno già fatto per colpire Parigi.

Le ultime ricostruzioni dell’intelligence francese e statunitense, ottenute dal Washington Post, dimostrano che due kamikaze iracheni entrati in azione allo stadio di Parigi sono arrivati in Europa utilizzando proprio un gommone. Un gommone con a bordo 198 migranti approdato all’isola greca di Leros la mattina dello scorso 3 ottobre. E i due non erano soli. Assieme a loro viaggiavano altri due apprendisti kamikaze arrestati a Salisburgo il 10 dicembre 2015 mentre si nascondevano proprio in un centro d’accoglienza per rifugiati. Per comprendere l’importanza di queste rivelazioni bisogna tornare all’indomani del 13 novembre quando l’intelligence francese incomincia l’identificazione del commando terrorista. Due dei tre kamikaze saltati in aria davanti allo Stadio di Francia risultano senza nome. Soltanto a gennaio Dabiq, la rivista dello Stato Islamico, rivela che si tratta di due iracheni identificati con i soprannomi di Ukashah al-Iraqi e Ali al-Iraqi. L’intelligence francese, coadiuvata da quella americana, lavora, intanto, sui resti del passaporto siriano trovato accanto al corpo del primo kamikaze esploso davanti allo Stadio.

Il documento riporta le generalità, ovviamente false, di un siriano 25enne identificato con fotografie e impronte digitali la mattina del 3 ottobre, subito dopo l’arrivo a Leros di quel gommone con 198 migranti. Foto e impronte digitali fanno capire che anche il secondo kamikaze iracheno, esploso davanti lo stadio, è approdato con la stessa imbarcazione.

Il vero mistero riguarda però la sorte di altri due «intrusi» scesi dallo stesso gommone. Due «intrusi» dotati degli stessi passaporti siriani dei due iracheni, registrati pure loro con foto e impronte digitali, ma misteriosamente scomparsi. Dove sono finiti?

A cinque mesi di distanza, sappiamo che i due, il 28enne algerino Adel Haddadi e il 23enne pakistano Mohamed Usman, vengono bloccati a Leros da un poliziotto di Frontex. L’agente – sorpreso dai loro tratti somatici – li interroga, scopre che non possono essere siriani e li consegna alla polizia greca. Così il viaggio dei quattro kamikaze spediti in missione suicida a Parigi si divide. I due iracheni risalgono verso la Serbia raggiungono il campo di Presevo – dove il 7 ottobre vengono regolarmente registrati assieme ad altri «migranti» – e si congiungono al resto del commando a fine ottobre. Negli stessi giorni riprende anche il cammino dell’algerino e del pakistano. Rilasciati dalle autorità greche Adel e Usman inviano un messaggio WhatsApp in Siria, ottengono – grazie ad un moneytransfer» turco – un trasferimento di denaro in Grecia e il 28 ottobre sono pronti a riprendere la marcia.

Sfruttando il clima d’imperturbabile e solidale generosità con cui l’Europa saluta il cammino dei migranti i due kamikaze ritardatari attraversano senza passaporto Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia. A fermarli non basta neppure il terrore generato dagli attentati del 13 novembre.

Il 4 dicembre, dopo aver varcato la frontiera austriaca senza esibire alcun documento, i due – evidentemente rassicurati dal generale clima d’impunità – arrivano perfino a presentare alle autorità austriache una domanda d’asilo in cui dichiarano la propria nazionalità ammettendo di non essere siriani in fuga dalla guerra, ma semplici migranti economici. Eppure – nonostante la febbrile caccia all’uomo in corso dal 13 novembre – le forze di sicurezza austriache impiegano ben sei giorni per rendersi conto di chi si nasconde nel centro per migranti di Salisburgo.

Fonte: Il Giornale