In Gran Torino, di Clint Eastwood, che è un film di otto anni fa, un vecchio operaio della Ford, Walt Kowalsky, vive come asserragliato nel suo villino monofamiliare. La città intorno è divenuta invivibile e multietnica, la sua famiglia, figli e nipoti, vive un consumismo tanto compulsivo quanto miserabile e dove per gli affetti non c’è più posto. L’una e l’altra sono ormai irriconoscibili agli occhi di chi ha un universo morale semplice e essenziale: il rispetto della parola data, il lavoro ben fatto, l’amore per il proprio Paese, la difesa della dignità propria e altrui. Walt si farà ammazzare per salvare un ragazzo hmong, la cui anima orientale è più vicina, per tradizione, gerarchia, regole, al suo modo di sentirsi americano, di quanto non sia il Paese che intanto gli è cresciuto intorno e il cui simbolo è ormai la «Pussy Generation», la generazione fighetta. Quella per la quale i vecchi sono un peso, l’identità sessuale un optional, l’etica del lavoro una barzelletta. «Pussy Generation» è puro succo del pensiero di Eastwood, ed è una definizione da lui data per spiegare il perché del suo appoggio a Donald Trump. Adesso gli vengono attribuiti due tweet, prima e dopo la campagna elettorale di quest’ultimo, che se non sono veri sono comunque verosimili, rispecchiano cioè quello che ha sempre detto. «Trump, Trump, Trump. Posso sentire dal mio ranch l’esercito di Trump marciare verso le urne. Suona vittorioso». E ancora: «Grazie, America, io non ho molto tempo da vivere, ma so che gli ultimi anni saranno grandiosi, non posso ringraziarvi abbastanza».

Del variopinto mondo dello spettacolo statunitense, Clint Eastwood è stato pressoché l’unico a dire che avrebbe votato per Donald Trump. Sull’altro supporter dichiarato, Chuck Norris, si è abbattuto un diluvio di critiche irridenti: il Texas Ranger con il parrucchino sotto lo Stetson, i muscoli al posto del cervello… Con Eastwood però il gioco non funziona e non funziona da più di un trentennio, da quando cioè, smessi i panni dell’ispettore Callaghan, ci ha dato alcuni dei più bei film della cinematografia Usa. Quello che però allora non si capì, o si volle fare finta di non capire, è che fra il primo Eastwood e l’ultimo non c’era differenza: lo sguardo e il modo di essere di Kowalsky sul mondo è altrettanto spietato e intransigente della sua incarnazione poliziesca. È cambiata solo la compassione, un portato della maturità. In un bel libro che si chiama Un’estate invincibile (Bietti), e che fra le altre cose è un’analisi della giovinezza nella odierna società degli eterni adolescenti, altra componente di quella «Pussy Generation» prima citata, ovvero l’infantilismo come malattia senile delle nuove generazioni in carriera e al potere, Riccardo Paradisi scrive su questo attore e regista alcune cose esemplari: «Eastwood non ha mai smesso di dire che il potere non coincide con l’autorità, che l’individuo viene prima del collettivo, che un vero uomo risponde alla propria coscienza prima che a una struttura o a una qualche astratta ideologia, che le azioni sono più importanti delle parole, che la vita è una vicenda complicata, impastata al tempo stesso di violenza e sensibilità, che da soli non si scioglie il mistero che ci circonda né si esce dalla contraddizione che ci rende uomini». L’impressione è che molti dei votanti dell’«esercito di Trump» la pensino allo stesso modo.

Se si volesse andare più a fondo, bisognerebbe anche dire che da Million Dollar Baby a Flags of Our Fathers a Lettere da Iwo Jima, passando per Gli spietati e Mystic River, Clint Eastwood è andato delineando e raccontando un’altra America che senza vellicare il semplicismo spesso ottuso della cosiddetta Destra americana, è però agli antipodi di quel Politically Correct untuoso e ipocrita che era pronto a far passare Hillary Clinton per una missionaria laica… Un’altra America dove il pacifismo è un’astrazione retorica, la dignità non ha prezzo, codici e confini sono necessari, il rispetto per gli altri nasce soprattutto dal rispetto per se stessi e spesso si dà senza chiedersi se in cambio si riceverà qualcosa. Può anche darsi che dietro al palazzinaro Trump, al miliardario Trump, al sessista Trump, non ci sia niente del genere, ma è altrettanto possibile che dietro quei milioni di americani che lo hanno votato, quelle suggestioni agiscano, abbiano un peso, orientino e funzionino comunque da catalizzatore in una scelta di fatto obbligata. Di là dalla bellezza artistica, i film di Clint Eastwood raccontano un modo di essere, di esistere, di credere, rimandano a una effettuale realtà americana delle cose che un certo pensiero egemone, illuminista e progressista, continua a derubricare a residui passivi di ideologie sconfitte e/o passate di moda. Solo però che a forza di derubricare, quei residui passivi gli crollano addosso. E lo seppelliscono.

Fonte: Il Giornale