Non è detto vi sia un diretto rapporto fra la ritirata delle forze dell’ISIS in Libia e le atrocità delle quali gli uomini del califfo al-Baghdadi si stanno macchiando in Iraq. Per affermarlo, dovremmo aver prove certe di una continuità e coerenza di comando fra tutti i gruppi armati che in questo periodo si servono della sigla e della bandiera dello Sato Islamico: ma così, per fortuna, non sembra essere. La galassia terroristica ha interesse a mostrare all’esterno un volto compatto e coerente, ma è attraversata al suo interno da ogni sorta di rivalità e d’istanze autonomistiche. Ciò, intendiamoci, ha anche un risvolto negativo: una regressione delle insegne nere in Libia non è affatto necessario sintomo di debolezza della compagine jihadista in sé.

La prova di una crisi dell’esercito califfale sta, semmai, proprio nelle atrocità irakene. Le 19 ragazze yazide bruciate vive l’altroieri a Mosul, gli uccisi in numero imprecisato nella città santa sciita di Kerbala, le migliaia di cittadini espulsi dalla città di Falluja da parte dell’esercito del califfo che ha difficoltà crescenti nel mantenere l’occupazione della città, non somigliano se non esternamente alle file di ostaggi inginocchiati in tuta arancione che, qualche mese fa, attendevano in tragica, terrificante rassegnazione la morte per mano del coltello sacrificale che li avrebbe decapitati. In realtà, quei morti servivano a provocare l’Occidente con l’immagine di un terrore fanatico senza fine: lo scopo era obbligarci a gesti militari inconsulti di risposta, che avrebbero avuto l’effetto d’indignare, in risposta, tutto l’Islam sunnita e di obbligarlo a prendere le armi in difesa di un califfo che a quel punto avrebbe potuto proclamare di essere assalito dagli infedeli che l’odiavano perché in lui vedevano il puro Islam.

Non era affatto – attenzione! – una pensata stupida: spietata e criminale sì, ma non stupida. E’ stato questo lo spirito degli attentati parigini del 7 gennaio e del 13 novembre 2015. Ma non ha funzionato. Al-Baghdadi ha i suoi armatori e i suoi finanziatori – e quanti! – nel mondo arabo sunnita, ma essi sono i primi a non volere ch’egli possa presentarsi credibilmente come il più puro fra i paladini dell’ortodossia sunnita musulmana.
Ora, nei fatti di Mosul, di Karbala e di Falluja, siamo davanti a una ferocia disperata. Ne sono vittime i mitissimi yazidi considerati “eretici” dallo stesso Islam – le venature mazdaiche del loro culto li hanno fatti proclamare “adoratori del demonio” –, le cui donne vengono sottoposte al “diritto di stupro” da parte dei buoni musulmani secondo la lettura unilaterale e distorta della legge coranica. Ne sono vittime gli sciiti di Kerbala, città santa profanata da una guerra che, almeno in questo caso, è senza dubbio “di religione” (è la fitna, la guerra civile dei sunniti contro gli sciiti che da parte di chi l’ha scatenata ha l’Iran come finale obiettivo). Ne sono vittime cittadini di Falluja, prima “sequestrati” senza loro colpa da un’organizzazione a delinquere travestita da Santo Esercito di Dio e poi cacciati dalle loro case. Quelli dell’ISIS sanno bene che il loro tempo sta per scadere: prima o poi, l’Iraq dovrà trovare un nuovo assetto che coinciderà probabilmente con il suo frazionamento in stati etno-religiosi all’interno di un quadro federale che farà il gioco delle potenze regionali sunnite, Arabia Saudita e Qatar in testa. Sarà un nuovo passo avanti nella loro fitna antiraniana. A quel punto, il califfo al-Baghdadi non servirà più. Andatela a spiegare, questa vana ferocia, alle povere diciannove ragazze di Mosul, bruciate vive per aver “adorato il demonio” e non aver voluto sottostare alla diabolica prepotenza dei fanatici.

Da questa ennesima tragedia nascono almeno due necessarie considerazioni. Primo: se resta vero che non è comunque il caso di parlare di “guerra di religione” e di “scontro di civiltà”, è un fatto che almeno un forte scontro interconfessionale tra sunniti e sciiti sia in atto, e non se ne deve negare la natura appunto religiosa che coinvolge molti arabo-musulmani, dagli emiri della penisola arabica ai guerriglieri, foreign fighters compresi. Secondo: il lato più agghiacciante del conflitto che sta insanguinando Siria ed Iraq è che in fondo si tratta di un much Ado about nothing. L’Iraq, la “terra tra i due fiumi” – il Tigri e l’Eufrate-, l’antica prospera Mesopotamia, non è mai stata adatta nei tempi moderni a costituire un solo stato: a nord, attorno a Mosul, ci sono i curdi, sunniti e iranici (non arabi); al centro ci sono arabi sunniti; al sud, nelle paludi dello Shata al-Arab, gli arabi sciiti. Tre gruppi etnoreligiosi refrattari a vivere insieme e d’accordo. L’impero ottomano, saggiamente, aveva distinto quel territorio in tre differenti vilayat (“governatorati”) dotati ciascuno di una sua interna coerenza etnica e religiosa. Ma Winston Churchill e Gertrud Bell, incaricati alla fine della prima guerra mondiale di disegnare i confini del Vicino Oriente caduto sotto infleunza britannica, non compresero la logica di questa ripartizione e crearono un improponibile Iraq unitario destinato al sovrano hashemita Feisal e che in seguito si è retto solo grazie a una serie di dittature militari o politiche, fino al pasticcio combinato da Bush nel 2003. Ora, finiremo col ritornare più o meno alla vecchia ripartizione territoriale ottomana, ma in tutt’altro contesto. E saranno nuovi guai.

Fonte: Il blog di Franco Cardini