Si consiglia di non tornare mai indietro perché ci siamo già stati. Questa è saggezza. Ma noi italiani nella retromarcia ci distinguiamo sempre, per cui non stupisce il fatto che ci accingiamo a dichiarare una seconda guerra alla Libia.

Forse perché la prima, voluta da Giorgio Napolitano, allora (circa cinque anni fa) presidente della Repubblica, non ci è bastata. Si trattava, secondo lui, di precipitarci laggiù a incoraggiare le cosiddette primavere arabe, far secco Gheddafi e vivere felici e contenti. Missione compiuta a metà.

Il colonnello fu in effetti ucciso, e il modo ancor ci offende, mentre ci ingannammo sulla stagion dei fior: al posto delle agognate primavere arrivò un gelido inverno che ancora irrigidisce nel ghiaccio le speranze libiche di resurrezione. Il Paese africano, lungi dal trovare serenità, è piombato nel più tetro sconforto. Anche in questo caso, si stava meglio quando si stava peggio. Ma Napolitano, ben nascosto dietro a un dito, non ha sentito neanche la necessità di riconoscere il proprio errore marchiano. Cosicché oggi siamo pronti ad armarci e a partire di nuovo. Siamo a un passo dall’intervenire nella nostra ex colonia nel tentativo velleitario di ripristinare l’ordine.

Se non fosse l’annuncio di una tragedia, verrebbe da ridere. Due conflitti al prezzo di quattro. Bell’affare. Spedito al cimitero Gheddafi, non abbiamo più amici in quella terra tribolata. Pertanto non c’è nulla da lucrare e solo da smenarci. Creperanno numerosi nostri soldati ai quali, però, assicuriamo fin d’ora funerali di Stato, profluvio di retorica commemorativa. In tasca non ci verrà un euro, questo è garantito. Non importa. I soldi non sono tutto anche se il resto è esclusivamente argomento di conversazione (vana).

Ci sfuggirebbe il senso dell’operazione, se non sapessimo che i cannoni servono a difendere il petrolio di Tripoli e dintorni (che è tanto, ma non nostro e fa gola a tutti, francesi in testa). Ci corre l’obbligo, per coerenza col nostro trascurabile pensiero, di ammettere che comunque l’oro nero è importante per la civiltà occidentale, inclusa quella della penisola. Quindi non ci scandalizziamo se i militari (figli di mamma) premeranno il grilletto allo scopo di tutelare l’energia in barili. Solo una domanda, forse ingenua, ma spontanea: andiamo a proteggere i pozzi libici, che non sono di proprietà italiana, e ce ne sbattiamo le pale eoliche dei nostri situati in Lucania al punto da chiederne insistentemente la chiusura onde non inquinare Matera, capitale europea della cultura?

Quale cultura? Ecologica e pauperistica? In altre parolacce, ci rechiamo in Libia con l’esercito al fine di poterci approvvigionare di petrolio africano, indispensabile per vivere decentemente nei nostri quartierini (al calduccio e con la luce accesa), ma al tempo stesso brighiamo (a costo di organizzare referendum) affinché non sia sfruttato il giacimento di Matera, tra i più ricchi del continente. Immaginiamo che il lettore leggendo queste note strabuzzi gli occhi. Siamo un popolo di idioti, con una mentalità idiota e governati da gente che si adegua alla idiozia generale.

Riportiamo integralmente un titolo del Corriere della Sera di ieri: «Esercito e carabinieri proteggeranno i siti (libici) a rischio e addestreranno i militari locali». Tutto bene. Ma a Roma e a Matera inviamo almeno gli psichiatri.

Fonte: Il Giornale