A dieci anni esatti dal ritiro israeliano la Striscia di Gaza rischia di cadere sotto il controllo dello Stato Islamico. Sembra un azzardo, ma da mercoledì l’ipotesi è al vaglio dei comandi militari e dei servizi di sicurezza israeliani.

L’offensiva di «Ansar Bayit al Maqdes», un’ex formazione qaidista del Sinai allineatasi con lo Stato Islamico, sta cambiando tutti gli scenari.

Dopo l’attacco, costato la vita ad una settantina di militari egiziani, gli israeliani sono pronti ad ogni evenienza. Anche quella di un’alleanza tra «Ansar Bayit al Maqdes» e gli adepti dello Stato Islamico per cacciare Hamas da Gaza e trasformarla in una nuova appendice del Califfato da cui colpire gli «eretici» di Hamas e lo Stato ebraico.

«Saremo la spina nel fianco di Hamas e di Israele», promette fin da ora Abu Al Ayna Al Ansari, portavoce dei «Sostenitori dello Stato Islamico», l’organizzazione radicale a cui fa capo qualche migliaio di ex qaidisti palestinesi allineatisi con il Califfato. Lo Stato Islamico sembra, insomma, deciso a regolare i conti con i rivali palestinesi colpevoli, per quel che riguarda l’ala militare, d’intrattenere rapporti con Hezbollah e con i pasdaran iraniani. Ovvero con i peggiori nemici del Califfato. Il primo segnale lo si è visto a Yarmouk, l’enorme campo profughi alla periferia di Damasco dove le fazioni filo e anti siriane di Hamas si massacrano a vicenda da tre anni. Lì, ai primi di aprile, lo Stato Islamico ha fatto piazza pulita di Hamas per conquistare il pieno controllo del campo. E così ora qualcuno s’attende uno scacco matto al cuore di Gaza. Un video intitolato «Messaggio alla nostra gente a Gerusalemme» diffuso dallo Stato Islamico di Aleppo invita «tutti i monoteisti di Gaza ad unirsi ai mujaheddin e allo Stato Islamico». A dar retta ad Abu Qataba Al Filistini (il Palestinese), il predicatore protagonista del video, la discesa di Hamas nell’eresia risale al 2009 quando i suoi militanti attaccano una moschea uccidendo una dozzina di jihadisti ultraradicali. Jihadisti legati, a quel tempo, ad Al Qaida, ma che oggi lo Stato Islamico considera i propri precursori a Gaza.

Tra questi anche Mahmoud Al Salfiti, responsabile nel 2011 dell’assassinio del cooperante italiano Vittorio Arrigoni ucciso perché colpevole di collaborare con Hamas. Uscito di galera grazie ad un permesso carcerario concesso dalle autorità di Gaza nel tentativo d’ingraziarsi i detenuti più radicali Al Salfiti è velocemente riparato prima in Sinai e poi in Siria dove combatte sotto le bandiere dell’Isis. Anche lì lo Stato Islamico non manca di scontrarsi con i propri simili. E proprio lì ha sviluppato una delle proprie caratteristiche più peculiari ovvero la capacità d’ampliarsi e rafforzarsi prima combattendo e poi inglobando i gruppi jihadisti concorrenti. La conquista di mezza Siria non è tanto il frutto delle sconfitte inflitte al regime di Bashar Assad, ma delle stragi di rivali messe a segno nelle zone controllate dai ribelli appoggiati dai sauditi o da quelli legati alla Fratellanza Musulmana. Spregiudicato quanto crudele l’Isis non manca di stringere – nelle aree dove il regime è ancora forte – alleanze tattiche con Jabat Al Nusra, il gruppo alqaidista considerato il suo principale rivale.

Una tecnica utilizzata anche in Libia e Tunisia. Lì il Califfato ha rapidamente assorbito tutte le posizioni di Ansar Al Sharia, la formazione qaidista responsabile nel 2012 dell’uccisione a Bengasi dell’ambasciatore statunitense. Un’operazione fallita soltanto a Derna. Nel caposaldo jihadista della Cirenaica dove lo Stato Islamico ha aperto la sua prima base infuriano, da due settimane, le battaglie con i militanti dei «Martiri di Abu Salim», una formazione radicale poco disposta ad accettare l’egemonia del Califfato. Il prossimo inevitabile capitolo della guerra fratricida tra formazioni qaidiste e sostenitori del Califfato sembra a questo punto l’Afghanistan. La prima mossa l’ha messa a segno il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi che ad aprile ha liquidato il Mullah Omar come un «signore della guerra folle ed analfabeta». Un attacco verbale seguito dagli assalti nella provincia afghana di Nagahar dove i mujaheddin fedeli allo Stato Islamico hanno strappato ai talebani il controllo di sei province. Insomma la guerra tra lo Stato Islamico e i propri simili sembra appena agli inizi. Auguriamoci che si riveli lunga e sanguinosa.

Fonte: Il Giornale