Non è solo Brexit a cambiare il mondo: insieme alla lettera di scuse di Erdogan a Putin per l’abbattimento del caccia Sukhoj, l’accordo tra Tel Aviv e Ankara per la ripresa delle relazioni diplomatiche può di nuovo mutare la mappa delle alleanze in Medio Oriente e influire direttamente sulla guerra in Siria e in Iraq. E magari, un giorno, decidere anche la competizione per i gasdotti: la Turchia doveva essere il punto di passaggio del South Stream russo, Israele potrebbe convogliare in territorio turco il gas del suo giacimento Leviatano in alternativa a una pipeline con Cipro e la Grecia.

Queste mosse sono il risultato di una triangolazione Russia-Israele-Turchia in cui ha giocato un ruolo importante il rapporto personale tra Putin e Netanyahu. In apparenza è una situazione win-win, dove ciascuno porta a casa un’intesa vantaggiosa, nei fatti la situazione potrebbe diventare ancora più complicata.
Ma una cosa è certa: questo accordo entra nel radar ultrasensibile del nemico comune di Turchia e Israele, il fronte sciita, costituito da Iran- Assad-Hezbollah, che con l’intervento militare di Mosca in settembre aveva messo a segno una clamorosa avanzata contro l’Isis, Jabat al-Nusra e il fronte sunnita dell’opposizione.
Israele in questi mesi non ha certo nascosto la sua profonda irritazione, condivisa per altro con i sauditi, per l’accordo del luglio scorso sul nucleare con Teheran e la fine delle sanzioni. In questa situazione Mosca ha sempre tenuto i canali aperti con Tel Aviv ma anche con i sauditi, ovvero con i nemici più strenui dell’Iran, suo maggiore alleato nella regione. Come si vede le triangolazioni mediorientali sono combinazioni a geometria assai variabile che possono unire gli opposti e separare gli alleati.

La Russia ha tenuto in piedi il regime di Damasco: quali saranno le mosse di Putin se proseguisse la distensione con Erdogan? E cosa farà la Turchia contando di nuovo su Israele? Tel Aviv e Ankara possono tornare a collaborare come un tempo sul piano militare e dell’intelligence. Israele occupa dal 1967 le alture siriane del Golan e la disgregazione del Paese è vista come un pericolo ma anche come un’opportunità per estendere la sua influenza e mettere sotto pressione gli Hezbollah sciiti in Libano. Allo stesso tempo con l’appoggio di Israele, la Turchia potrebbe entrare con un suo contingente militare in Siria come ha già fatto in Iraq per insediare una “fascia di sicurezza”, destinata più che a proteggere Ankara a fa fuori i curdi siriani oggi alleati degli Usa nella battaglia contro il Califfato.
Erdogan, spalleggiato anche dai sauditi, si gioca il tutto per tutto nella battaglia di Aleppo. Il presidente turco ha dovuto ridimensionare i suoi piani espansionistici, già intaccati in Egitto dopo la caduta dei Fratelli Musulmani e di Mohammed Morsi nel 2013, e ora anche in Siria è sotto scacco dopo l’intervento russo e l’arretramento delle milizie jihadiste, una débâcle amplificata dalla possibilità che l’Isis sia cacciato dalla Siria e dall’Iraq e che i curdi possano insediare uno stato autonomo alle frontiere di Ankara. Un vero incubo strategico per i turchi. Per questo, come rilevano le fonti occidentali, Erdogan ha spostato verso Aleppo 6mila jihadisti per lo scontro finale contro Assad, le milizie iraniane e quelle Hezbollah appoggiate dai russi.
Non è un caso che il segretario di stato americano John Kerry domenica sia volato a Roma a monitorare la situazione: sul tavolo non c’era soltanto la posizione britannica ma anche la corsa alla conquista di Raqqa, capitale del Califfato e si stava discutendo la pace ritrovata tra la Turchia, storico membro della Nato, e Israele, l’alleato più importante degli Usa in Medio Oriente. Washington deve rimettere ordine tra le sue pedine mediorientali per il negoziato sulla Siria e l’offensiva contro l’Isis.
Il dialogo tra i russi e americani è decisivo: sono loro che devono trovare un’intesa, mancata finora per molte ragioni tra cui la forte irritazione di Mosca nei confronti di Ankara per il suo sostegno ai jihadisti. I russi vorrebbero che il confine turco-siriano fosse sigillato alle infiltrazioni delle milizie sunnite. La diffidenza tra Putin ed Erdogan sembra comunque destinata a permanere e il Cremlino preferirà decidere con Washington la spartizione delle zone d’influenza in Medio Oriente.

Fonte: Il Sole 24 Ore