All’indomani delle Olimpiadi di Roma, 1960, un giornalista russo chiese al diciottenne Cassius Clay un commento sulla segregazione razziale: «L’America è la miglior nazione del mondo» fu la risposta: avrebbe risolto anche quel problema. Vent’anni dopo, quando ormai era per tutti Muhammad Ali, fu un sostenitore della campagna presidenziale di Ronald Reagan e nel 1990 volerà in Iraq per cercare di ottenere il rilascio degli ostaggi nelle mani di Saddam Hussein.

Nell’arco di tempo che separa la prima e l’ultima di queste date, c’è lo spazio non solo per una carriera prestigiosa e una vita fuori del comune, ma anche per il modificarsi di una sensibilità politica, ideologica, razziale, per molti versi, su cui varrebbe la pena soffermarsi, proprio per evitare il cliché, scontato, del «negro buono» che trionfa nonostante le nequizie del «bianco cattivo», ed è talmente buono da non volergliene. Al contrario, Clay-Ali fu anche un afro-americano cattivissimo, e per niente disposto a far la pace con il suo nemico di colore. Per molti versi, siamo di fronte all’esatto contrario del Sidney Poitier di «indovina chi viene a cena», film cult dell’integrazione razziale fine anni Sessanta: a differenza di questi, Cassius non avrebbe mai sposato la donna bianca e proprio per il semplice motivo che non era nera. È un curioso caso di razzismo alla rovescia che oggi, nel diluvio lacrimevole di commenti sul campione dei diritti civili, viene lasciato passare sotto silenzio.

All’inizio della sua carriera, Clay era «il perfetto ambasciatore americano nel mondo», come ha scritto Jack Olsen nella biografia che allora gli consacrò. Era bello, aveva un passato irreprensibile, era persino un poeta. «I Am the Greatest», l’album che lo stesso Clay pubblicò nel 1963, aveva in copertina le note di una poetessa, Marianne Moore, in cui veniva definito «un maestro di allitterazione, concisione e iperbole». Tutto cambiò dopo il mondiale vinto contro Sonny Liston, quando la Nation of Islam (Noi), l’organizzazione di cui Cassius era membro e che fino ad allora si era dimostrata tiepida nei confronti dello sport, si ritrovò fra le mani un campione dalla popolarità esplosiva quanto la sua arte pugilistica, «il più famoso musulmano nero della nazione». La successiva condanna per renitenza alle leva, cinque anni di carcere, 10mila dollari di multa, la privazione del titolo, fece di Muhammad Ali un duplice eroe: del movimento pacifista bianco e del Black Power allora nascente.

Se prima gli atleti di colore, da Jesse Owens a Joe Louis si erano battuti contro la segregazione, adesso la posta in gioco era una sorta di martirio, un Clay novello San Sebastiano che riceveva sul suo corpo nero «le frecce avvelenate» della società bianca di quel decennio. Non è un caso che nel 1968 Esquire lo raffigurasse proprio così in copertina, e che quella copertina divenisse in seguito un manifesto di protesta. L’anno successivo, Ali comparve addirittura, nel ruolo di leader di colore, nello spettacolo musicale di Broadway «Buck White»: il suo pezzo forte era la canzone It’s All Over Now, Mighty Whitey, È tutto finto adesso, potente bianco.

Quando, revocata nel 1971, la sentenza di condanna, Ali riprese la sua marcia pugilistica, l’incontro con George Foreman a Kinshasa, in Zaire, verrà inteso come la celebrazione dell’indipendenza politica ed economica dei neri: «Un combattimento fra due negri in una nazione negra, organizzato da negri e visto dal mondo intero» sintetizzerà il suo organizzatore Don King. Per la cronaca, lo Zaire era quello di Mobutu, appena installatosi come presidente, grazie alla Cia e, di lì a non molto, oppressivo dittatore. Lì, in fondo, Ali combatté contro il sé stesso di prima, perché Foreman aveva vinto come lui un oro olimpico (a Città del Messico) e come lui era stato un cantore del «potere degli Stati Uniti».

In The Greatest: My Own Story, l’autobiografia che Ali pubblicò nel 1975, la sua conversione religiosa, così come la sua coscienza razziale hanno grande parte e stridono con tutto ciò che c’era stato prima e con tutto ciò che verrà dopo, compresa la «riconciliazione» con l’America bianca, con tanto di medaglia presidenziale conferitagli da George W. Bush nel 2005. Stridono, non perché sono falsi, ma perché, se presa a compartimenti stagni, la sua vita finisce per risultare incomprensibile.

Per quanto figlio del suo tempo, Clay non era Martin Luther King. Fosse stato per lui, bianchi e neri dovevano starsene separati: gli stessi diritti, certo, ma ciascuno a casa sua, e, per favore, niente meticciato. È curioso che una posizione del genere venga considerata progressista. Ed è curioso che chi la auspica dall’altra parte della barricata venga invece considerato reazionario. E, naturalmente, razzista.

Fonte: Il Giornale