Anche le persone meno interessate alla politica si sono rese conto che nei Paesi democratici le differenze tra i partiti più rappresentativi della destra e della sinistra si sono progressivamente attenuate fino a scomparire quasi del tutto. E non perché ci sia stato un avvicinamento reciproco. I partiti di destra non si sono mossi dalle loro posizioni. Anzi, le hanno consolidate con una fermezza tanto più intransigente quanto più i partiti di sinistra si sono spostati, passo dopo passo, a destra, mentre lo spazio che hanno lasciato vuoto veniva immediatamente occupato da partitini che, rivendicando la loro fedeltà agli ideali della sinistra, erano convinti d’intercettare i voti di un elettorato rimasto orfano, senza peraltro riuscirci (…). Tuttavia non si può escludere che quanto non è riuscito alla sinistra rimasta a sinistra possa riuscire a una nuova sinistra non appiattita sul modello della sinistra storica. 
Qualche segnale si è già visto con la vittoria di Syriza alle elezioni politiche in Grecia il 25 gennaio 2015 e con la vittoria di Podemos alle elezioni amministrative del 24 maggio 2015 nelle principali città spagnole, tra cui Madrid e Barcellona. Un risultato in linea con quello raggiunto in Italia dal Movimento Cinque Stelle (…). Questo movimento dichiara però di non essere né di sinistra né di destra. Il suo programma è fortemente caratterizzato in senso ambientalista, dalla lotta alla corruzione politica e dal sostegno a forme di democrazia diretta. Il consenso ricevuto da queste nuove formazioni politiche sembra dipendere non tanto dalla validità delle loro proposte, quanto dall’indignazione degli elettori nei confronti della corruzione e dei privilegi che si sono attribuiti i partiti tradizionali, oltre che dalla loro incapacità di superare la crisi e ridurre la disoccupazione (…). Molto probabilmente le misure di politica economica finalizzate a rilanciare la crescita continueranno a essere inefficaci più di quanto oggi si sia disposti a credere. Innanzitutto perché la produzione e il consumo di merci hanno raggiunto livelli eccedenti la capacità della Terra di sostenerli e nuove espansioni aggraverebbero i problemi che ne derivano fino a renderli irreversibili: effetto serra, consumo di risorse rinnovabili superiore alla loro capacità di rigenerazione annua, picco del petrolio, aumento dei rifiuti e dei rifiuti non biodegradabili, mineralizzazione dei terreni agricoli, riduzione della biodiversità e della fauna ittica. 
Inoltre, nella fase storica attuale, le economie dei Paesi che si autodefiniscono sviluppati non possono continuare a crescere se non crescono le economie dei Paesi che essi definiscono in via di sviluppo, (…). Ma se i Paesi che si autodefiniscono sviluppati per continuare a crescere sono obbligati ad assecondare il processo intrapreso dai Paesi in via di sviluppo e a produrre nei Paesi in cui la manodopera costa di meno, nei loro mercati interni l’occupazione diminuisce, per cui si riduce il potere d’acquisto e la domanda di merci. Di conseguenza non possono evitare di continuare ad aumentare il debito pubblico per sostenerla. Ma se con deficit pubblici già insostenibili continuano a emettere buoni del tesoro per attirare i capitali degli investitori, devono offrire tassi d’interesse sempre più alti, fino ad avere bisogno di contrarre prestiti per pagare gli interessi sui debiti precedentemente contratti. Le cause della crisi che li attanaglia dal 2008 si rafforzano progressivamente. Se, dunque, i problemi ecologici ed economici causati dalla crescita in questa fase storica comportassero il fallimento politico della destra e della sinistra storica traslocata a destra, accrescendo per contrapposizione il consenso a una nuova sinistra, questa nuova sinistra, per non fallire a sua volta, dovrebbe rimettere in discussione la finalizzazione delle attività economiche alla crescita della produzione di merci. 
Se non lo facesse sarebbe destinata alla sconfitta, come è successo a Syriza (…). Se si continua a credere che la posta in gioco sia costituita dallo scontro tra destra e sinistra sulle scelte politiche più efficienti per far crescere l’economia e sui criteri di suddivisione tra le classi sociali del reddito monetario che ne deriva, la sconfitta delle classi sociali più deboli e dei Paesi più deboli sul mercato mondiale è quasi scontata. Ciò che occorre è la ricerca, o meglio la riscoperta, di una finalità più ragionevole da assegnare alle attività produttive, che non può più essere la crescita della produzione di merci, non soltanto perché una crescita infinita in un mondo finito è impossibile, ma anche perché il consumismo su cui si fonda crea uno stato di insoddisfazione permanente e, contrariamente a quanto si vorrebbe far credere, genera malessere anziché benessere.

Fonte: Il Fatto Quotidiano