Il paragone è fin troppo facile. Quasi scontato. E così venerdì sera mentre la popolazione islamista di Molenbeek insulta e attacca le forze di sicurezza impegnate nella cattura di Salah Abdeslam molti pensano ai santuari di mafia, camorra e ‘ndrangheta.

Santuari dove, come in Belgio, i latitanti contano su tali coperture da considerarli il luogo più sicuro per sfuggire ad agenti e investigatori. Eppure Molenbeek, come altri santuari del terrore islamista incistati nelle periferie del Belgio, non è solo questo. La vicinanza con le istituzioni europee, e con un centro di Bruxelles distante poco più di un chilometro, contano quanto la religione, quanto il credo fondamentalista di chi inneggia alle bandiere nere dell’Isis e sogna la sua piccola Raqqa europea. Perché se quel credo, quelle simpatie per il Califfato hanno potuto alimentarsi lo si deve anche alla grigia indifferenza di una capitale diventata dormitorio e piazza lavorativa della burocrazia europea.

Una burocrazia in perfetta sintonia con la pigra, lassista indifferenza di un Belgio che negli anni Settanta accetta l’offerta saudita d’inviare propri educatori per istruire le popolazioni marocchine alloggiate a Molenbeek ed altre suburre urbane. Così, nell’indifferenza di chi non si cura neppure di cosa gli succeda in casa, germina il primo seme del futuro fanatismo. Il peggio arriva tra gli anni Novanta e il 2012. Per un ventennio il quartiere, abitato da una popolazione di 90mila persone all’80 per cento musulmana, diventa il regno di Philippe Moreau, un sindaco socialista pronto a garantire tolleranza ed illegalità in cambio di voti e mandati elettorali. Una tolleranza giustificata dalla sinistra belga con le parole d’ordine della convivenza e del multiculturalismo. «Gli stessi che in gioventù adoravano Stalin e ignoravano i gulag cadono prigionieri più avanti nell’età del fascino del clerici islamisti», rammenta Alain Destexhe, ex segretario di Medici Senza Frontiere, in un articolo su Molenbeek uscito sul quotidiano belga La Libre. Un articolo in cui si ricorda come non solo la polizia, ma persino i dipendenti delle compagnie di gas ed elettricità rinuncino a leggere i contatori di quella cittadella senza legge dove s’aggirano uomini minacciosi e fantasmi neri in burqa. Le sei diverse forze di polizia adottate nel rispetto delle regole del Belgio federale, il paradossale permissivismo di leggi che vietano di disturbare con perquisizioni notturne i sospetti delinquenti, un’accoglienza fuori controllo che fa del Belgio un Paese abitato per il 25 per cento da immigrati o loro figli trasformano Molenbeek e altre periferie in veri santuari dell’integralismo.

I sintomi del disastro sono già chiari alla vigilia dell’11 settembre quando da Molenbeek partono due killer tunisini mandati ad eliminare il comandante afghano Ahmad Shah Massoud in vista degli attacchi alle Torri Gemelle. Da allora è un «continuum» ininterrotto. A Molenbeek vivono almeno un quarto dei 400 volontari, partiti per la Siria, che fanno del Belgio, nazione di soli 11 milioni di abitanti, il Paese con la più alta percentuale europea di combattenti. A Molenbeek risiede Mehdi Nemmouche, il francese d’origini algerine reduce dalla Siria che il 24 maggio 2014 ammazza 4 persone al museo ebraico di Bruxelles. A Molenbeek si rifornisce di armi e munizioni Ahmedi Coulibaly, il terrorista autore dell’attacco a un supermarket ebraico messo a segno nel gennaio 2015 subito dopo la strage di Charlie Hebdo. Da Molenbeek partono i due simpatizzanti dell’Isis che il 15 gennaio vengono intercettati e uccisi dalla polizia nella cittadina belga di Verviers. E a Molenbeek si prepara e si arma l’aspirante terrorista che ad agosto viene bloccato da un gruppo di turisti prima di far strage sul treno Bruxelles-Parigi. Eppure fino alla strage di novembre su Molenbeek non indaga e non vigila nessuno.

Fonte: Il Giornale