Il capo e la folla è un binomio che sintetizza la distinzione fra governanti e governati presente in tutte le epoche. I governanti sono sempre una minoranza rispetto ai governati, cioè la maggioranza della popolazione denominata con termini collettivi come moltitudine, popolo, folla, massa. Fra la minoranza che governa emerge sempre una persona che assume e svolge il ruolo del capo nell’esercizio del potere. Così è stato fin dalla nascita dei primi Stati, così è in tutti gli Stati del mondo attuale. Così probabilmente sarà nel futuro.

Le riflessioni sul capo e sulla folla iniziarono nell’antica Grecia, dove nacque la democrazia, che significa “potere del popolo”. I greci coniarono la parola per definire l’organizzazione politica nella quale il capo è nominato dalla folla dei cittadini adunati in assemblea. Anche se profonde sono le differenze fra la democrazia degli antichi e la democrazia dei moderni, le riflessioni sul capo e sulla folla elaborate dai greci sono presenti, con tratti indelebili come una filigrana, in tutte le esperienze democratiche, dall’antica Roma ai giorni nostri.

Molti intellettuali grechi criticarono la democrazia, perché attribuiva la nomina dei governanti a una moltitudine composta in maggioranza da persone povere, senza istruzione e senza competenza. Perciò inclusero la democrazia fra le forme di governo che giudicavano cattive, come la tirannide e l’oligarchia, perché in tutte e tre chi deteneva il potere, che fosse un singolo, pochi o molti, governava nel proprio interesse e non per il bene comune. Tuttavia, Aristotele considerava la democrazia la migliore fra le cattive forme di governo. Al filosofo greco fece eco venticinque secoli dopo Winston Churchill quando disse alla Camera dei Comuni, l’11 novembre 1947, che “in questo mondo di peccato e di dolore, molte forme di governo sono state e saranno sperimentate. Nessuno pretende che la democrazia sia perfetta o onnisciente. In verità, è stato detto che la democrazia è la peggiore forma di governo, eccetto tutte le altre forme sperimentate nelle diverse epoche”. Churchill si riferiva alla democrazia rappresentativa.

Alla fine del ventesimo secolo “la peggiore forma di governo, eccetto tutte le altre” sembrava destinata a trionfare nel mondo. Nel 1991 Norberto Bobbio riteneva che non fosse “troppo temerario chiamare il nostro tempo l’era delle democrazie”. Ma nel primo decennio del ventunesimo secolo, la democrazia rappresentativa appare ovunque in crisi. Fra i fattori principali del malessere vi è la propensione dei governanti a formare una casta privilegiata al di sopra dei governati, corteggiati nel periodo elettorale con programmi di promesse e subito dimenticati fino alle successive elezioni; vi è la crescente apatia dei cittadini che sono profondamente delusi dal malcostume diffuso fra i governanti, non hanno fiducia nelle istituzioni democratiche e nei partiti, partecipano sempre meno alle elezioni; vi è la maggiore diseguaglianza fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più numerosi e sempre più estromessi dalla vita politica; vi è la crisi dello Stato nazionale, che è stato un importante strumento di integrazione democratica delle masse e ora invece è sottoposto alle tensioni di movimenti disgregatori all’interno, mentre sui governanti premono condizionamenti, pressioni, imposizioni di potentati economici internazionali, che operano spregiudicatamente nel mercato globale, influenzando, scegliendo e promuovendo gli stessi governanti, con totale indifferenza per il bene comune dei governati.

Infine, tra i fenomeni più rilevanti del malessere attuale della democrazia vi è la personalizzazione della politica nella figura del capo, che stabilisce un rapporto diretto con la folla. Le elezioni sono diventate una lotta fra capi che orchestrano la propaganda sulla propria persona e sollecitano il consenso delle folle attraverso appelli emotivi, espressi con linguaggio elementare ma fortemente drammatico nel rappresentare la campagna elettorale come una lotta in cui si decide il futuro del popolo e il destino della nazione. Con la personalizzazione della politica, il capo che vince le elezioni si considera investito di una missione salvifica, e pertanto concentra nella propria persona l’azione del governo, proclamando che la sua autorità deriva unicamente dalla folla che lo ha votato.

La personalizzazione della politica e del potere suscita reazioni contrastanti. C’è chi spera che possa essere un ricostituente per una democrazia in crisi perché assicurerebbe governabilità e decisioni rapide; altri temono invece che sia un veleno mortale per la democrazia rappresentativa, perché trasforma il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”, come lo definì Abraham Lincoln nel 1863, in una democrazia recitativa dove i protagonisti sono il capo e la folla, l’uno sempre più dotato di potere, l’altra sempre più ridotta a moltitudine votante, plaudente e persino acclamante, ma del tutto priva di influenza sul potere e sulle decisioni del capo.

La democrazia recitativa non nega la libera scelta dei governanti da parte dei governati: la rende semplicemente irrilevante per la politica del capo dopo l’elezione al governo. Simile alla democrazia criticata dagli antichi greci, la democrazia recitativa è una raffinata forma di demagogia, che vorrebbe far apparire la democrazia del capo e della folla la migliore fra le migliori forme di governo. Mentre, nella realtà, può essere la peggiore fra le peggiori, perché opera per mantenere i governati in una condizione permanente di moltitudine apatica, beata o beota, simile alle gioiose famiglie degli spot pubblicitari, ma comunque servile, incapace persino di accorgersi di vivere in una democrazia recitativa dove la libertà, come la scelta e la revoca dei governanti, è solo una delle parti assegnate in copione.

Fonte: IlSole24Ore