Terrorismo, islam, geopolitica europea e identità: il filosofo francese Alain de Benoist, fondatore e animatore delle riviste Elements , Nouvelle École e Krisis , ha affrontato in un’intervista con Il Tempo i temi di maggiore attualità dopo gli attentati di Parigi.

De Benoist, le azioni terroristiche di Parigi vanno definite atto di guerra alla Francia?
«Gli attacchi del 13 novembre sono stati diversi da quelli contro “Charlie Hebdo” e il negozio Hyper Cacher, in gennaio. I primi sono stati di natura “religiosa” e le vittime erano state selezionate. I secondi hanno natura politica e hanno colpito senza distinzione. Gli attacchi del 13 novembre sono stati una ritorsione contro l’intervento francese in Siria, mirando alla politica estera transalpina. Naturalmente questi attacchi sono un’azione bellica contro la Francia. “Siamo in guerra”, hanno detto anche il presidente Hollande e il primo ministro Valls. Ma si tratta di un’azione bellica che è anzitutto rappresaglia. Parlare poi di “guerra al terrorismo” è insensato. Il terrorismo non è mai un mezzo di azione. Il nemico non è il terrorismo. Il nemico è chi usa il terrorismo contro di noi: lo Stato islamico. Gli uomini dell’Isis hanno colpito Parigi perché la Francia bombarda in Siria. Facciamo la guerra a loro; loro fanno la guerra a noi…».

I terroristi sono francesi, figli di immigrati. Emergono i limiti del modello di integrazione della Repubblica?
«I terroristi non sono solo giovani immigrati. Sono anche delinquenti comuni, che poi si sono “radicalizzati”. Nessuno degli attentati degli ultimi anni in Francia, infatti, è stato firmato da commando venuti dall’estero. Non siamo più nell’era di Bin Laden! Gli attacchi ora giungono da individui “ibridi”, mezzi banditi e mezzi jihadisti, di nazionalità francese. Ciò solleva ovviamente il problema più generale di come è stata (mal) gestita l’immigrazione per decenni. Ma non si deve credere che questi giovani musulmani siano rappresentativi della loro comunità religiosa. Non ne sono l’espressione».

La reazione del presidente Hollande: bombardare Raqqa in Siria e stato di emergenza in Francia. È la strada giusta?
«L’intensificazione degli attacchi aerei che Hollande ha decretato il giorno dopo gli attacchi è piuttosto giustificata. Ma i bombardamenti da soli non risolvono il problema, politico più che militare. Allineato agli americani, Hollande ha anche respinto il progetto di Putin di una grande coalizione anti-Isis. Sappiamo benissimo tra l’altro che i bombardamenti non basteranno a distruggere lo Stato islamico. Ciò esige un’azione terrestre con soldati che per ora nessuno vuole. Sullo stato di emergenza sono cauto. L’esempio del Patriot Act negli Usa dimostra che è facile per i governi limitare le libertà col pretesto della “lotta contro il terrorismo”. Molti accettano malvolentieri limiti alla propria libertà nella misura in cui gli è fatto credere che questo sacrificio darà più sicurezza. L’esperienza, però, dimostra che è in gran parte un’illusione».

La Germania parteciperà alle operazioni militari nel Mali. Come mai la Francia accetta un aiuto «esterno» in una ex colonia?
«Perché nell’opporsi agli jihadisti in Mali e altrove la Francia è animata dal sentimento di difendere anche l’Europa. Così è normale ricevere aiuto, davvero estremamente limitato, da alcuni partner europei, come Germania o Gran Bretagna. Ma la Francia ha anche destabilizzato la Libia, dove l’intervento disastroso delle potenze occidentali ha consegnato il paese ai banditi islamici, che ora occupano il territorio. Questa è la prima causa di destabilizzazione del Sahel e quindi dell’invasione dell’Europa da parte di centinaia di migliaia di “profughi”».

La crisi favorirà alle elezioni regionali il Front National?
«A seguito degli attacchi, Hollande si atteggia a “signore della guerra”, recuperando popolarità, prima piuttosto bassa. L’”unità nazionale” è durata poco. Dopo la reazione emotiva, la logica di partito è tornata in auge. Accreditato del 30-40% dei voti, il FN dovrebbe confermarsi primo partito di Francia. La ragione principale è che molti elettori non hanno più fiducia nei grandi “partiti di governo” e soprattutto ritengono che gli eventi abbiano dato ragione a Marine Le Pen».

Nei confronti del radicalismo islamico Marine Le Pen non ha calcato la mano in chiave reazionaria dopo Parigi.
«La Le Pen ha preso la posizione contraria al radicalismo islamico con grande nitore e responsabilità, in modo convincente. Il presidente del FN, consapevole che molti musulmani ora votano per il suo partito, non ha fatto l’errore di confondere i jihadisti con i suoi compatrioti musulmani. Tutti gli autori degli attentati si dicono islamici (pur avendo una conoscenza religiosa superficiale), ma ciò non significa che tutti gli islamici siano terroristi o simpatizzino con loro».

Siria e Isis. Perché l’Europa si accorge solo ora del rischio di uno stato fondamentalista?
«Lo stato islamico è in origine una creazione degli Usa. Gli europei hanno tardato a capire il pericolo perché, per anni, hanno avuto come priorità abbattere il regime di Bashar al-Assad e limitare l’influenza iraniana. Hanno anche aiutato un’”opposizione siriana moderata” che in realtà era estremista quanto l’Isis. I turchi, poi, hanno continuato a sostenere lo Stato islamico, perché si oppone sia a Assad, sia ai curdi. Solo negli ultimi mesi i leader europei hanno gradualmente modificato le loro posizioni, soprattutto dopo la ripresa del dialogo tra Washington e Teheran. Ma resta loro ancora da riconoscere che, in questo caso, la Russia aveva ragione. La distruzione dell’Isis probabilmente esigerà anni. La tensione scomparirà a condizione di rompere con la politica dominata dagli Stati Uniti, che, dal 1990, ha come priorità distruggere gli Stati “laici” (Iraq, Libia, Siria), con l’unico risultato di far proliferare l’islamismo estremo. Sarà necessaria ora una conferenza internazionale in cui l’Europa recuperi il ruolo di mediatore che ha avuto in passato».

Dopo il romanzo «Sottomissione» di Houellebecq e le prese di posizioni di intellettuali di ogni provenienza (Debray, Onfray, Zemmour…), l’identità tornerà un tema centrale per le élite europee?
«Riflettere sull’identità implica definirla. L’identità non si riduce a slogan o parole vaghe. È un concetto molto complesso, perché ogni identità ha molteplici componenti. Affermare la propria identità non può significare “tornare indietro”: bisogna partire dalle condizioni attuali, non da congetture ideali. Infine si può essere consci della propria identità, ma non saper proporre politiche coerenti. Nel caso dell’Europa la questione principale riguarda le condizioni nelle quali essa potrebbe riconquistare l’indipendenza che ha perduto»

Fonte: Il Tempo