Siamo entrati in possesso – non chiedeteci come, ma è noto che siamo il giornale delle procure, delle intercettazioni e della barbarie giustizialista – del nuovo “Piano Industriale 2016-18 del Gruppo Rai”, sottotitolo “Da Broadcaster a Media Company. Linee guida strategiche”, affiancato dal supplemento “Economics”. Roba forte. Il trust di cervelli attorno all’amministratore delegato (da Renzi), Antonio Campo Dall’Orto, ha partorito due croccanti documenti di 113+18 pagine, anzi slide, accessibili all’inclita e al colto, che disegnano con la dovuta chiarezza il servizio pubblico del futuro. Altro che storie. Si parte da una geniale cartina antichizzata del “Contesto di riferimento – Un nuovo mondo… una nuova era”. Tra valli ubertose e cime tempestose (tipo le Cloud Mountains), si situano gli stati di Appleachia, Google Earth, Fortress Facebook, Amazonia, Eyrie of Twitter, Satrapy of Spotify, Netflix Nation, bagnate dal Sea of Commerce, dal Sea of Content e dal Dark Offline, dal Firth Android, su cui galleggiano le E-book Islands e l’Empire of the Microseries. Tanto per dimostrare che i nostri hanno scoperto la Rete e financo l’inglese.
Infatti “il nostro principale obiettivo è il pieno sviluppo del ruolo nel Paese di servizio pubblico universale”, con varie mission davvero originali: “Informare in modo completo e pluralista”, come per il referendum, per dire; “raccontare il territorio e la realtà contemporanea” e “promuovere l’Italia all’estero”, casomai gl’inglesi che sopportano la Bbc o i tedeschi che si sciroppano Ard e Zdf cercassero qualcosa di serio e attendibile. Cos’è oggi Rai1? Tenetevi forte: “L’emittente più importante nella vita del paese”, mica cazzi: “Incarna la classicità, ma sa interpretarne il cambiamento” con un “racconto della realtà diretto e approfondito”, ma non solo: “Racconta l’Italia e il mondo”, e questo – diciamolo – non lo fa nessun altro canale del pianeta; ma soprattutto “eleva la proposta editoriale e innalza le aspettative del pubblico”. Ecco: eleva e innalza. Rai2, viceversa, è “affidabile, ma sorprendente”, “capace di scompaginare gli schemi con prodotti efficaci”, come può verificare chiunque guardi il Tg2 o Virus col piduista pluripregiudicato Luigi Bisignani opinionista fisso. E poi è “eclettica: approfitta dell’ampia visibilità per offrire un menù stimolante”, e in effetti lo stimolo è il suo effetto più utile, specie per gli stitici. Ma non va dimenticata Rai3, “anticonformista”. Che fa Rai3? “Riflette sui fatti, approfondisce oltre l’apparenza”.
Come no: “Incarna la cultura pop più contemporanea”, “valorizza ciò che è prossimo, illumina ciò che è lontano, ‘sente’ la realtà, ne intercetta i temi, interagisce su ogni piattaforma”. Un fuoco di fila di invenzioni pirotecniche: “Crea e promuove nuovi volti/talenti”, tipo Riotta e Severgnini. Fortuna che poi a mezzanotte arriva Maurizio M’annoi a somministrare un po’ di bromuro a un pubblico tanto eccitato. Dev’essere lui che “produce sapere critico” e rende la rete “credibile, civile e coraggiosa”. Insomma “il posto in cui essere”. È tutto così bello e perfetto che non si sentirebbe l’esigenza di cambiare alcunché. Ma Campo nonché Dall’Orto una ne fa e cento ne pensa. Dunque indica le “mission a tendere” delle tre reti. Rai1 sarà sempre tesa a un “racconto inclusivo e più articolato, capace di interpretare il contemporaneo in modo immediato. Vicinanza” (vicinanza è buttata lì, al posto di “tiè”: o, per dirla con Peppino, “e ho detto tutto”). Rai2 invece dovrà tendere al “racconto mainstream leggero, ma sorprendente con una vocazione per la cultura pop. Contemporaneità” (o anche “ciapa lì”), senza trascurare il “caleidoscopio sul mondo ‘là fuori’”. Non qui dentro: là fuori. Chissà le note spese. E Rai3? Tenderà al “racconto del reale e della complessità, coinvolgente, intenso, originale. Realtà” (ma pure “ciaone”), con un occhio di riguardo alla “valorizzazione del genere factual” e non in una forma sola, no: “In tutte le sue forme”. La Bignardi è lì per quello. Poi c’è Rai4: “Racconto emozionante, sognante. Sperimentazione” (ovvero: “Prrr”), ma anche “attrarre i millennials e le audiences già a loro agio con una fruizione di contenuti non-lineari”. Chiaro, no?
Resta il capitolo più spinoso dell’informazione, ma Dall’Orto mica si tira indietro: “La ricerca di informazione (e di informazioni) costituisce oggi l’impiego dei media più diffuso”. Eh già: ieri i media vendevano salami, oggi invece – all’improvviso, tra il lusco e il brusco – si occupano di informazione e pure – sembra la stessa cosa, ma a Dall’Orto non la si fa – di informazioni. Del resto “Rai non è solo servizio pubblico televisivo, ma fornitore di servizi informativi anytime/ anywhere”. Perbacco. Anyway, passiamo allo sport. Dicesi sport il “contenuto premium, che appassiona tutti, accomuna e racconta le diversità” che, “per rilevanza sociale e di intrattenimento, è vissuto come pregiato e premium”. E attenzione, mica ce n’è uno solo: no, “esprime discipline differenti”. Uno può fare palestra, calcio, tennis, nuoto, sci, jogging. E il cinema? Nemmeno qui Dall’Orto si fa cogliere impreparato: “È l’arte più antica dell’audiovisivo”, ma “sempre più nuova”. E ha una “potenza” “immersive ed esperienziale”, ma anche di “empowerment”. L’ultima slide, spiritosamente intitolata “In sintesi”, preannuncia una “revisione del linguaggio”: ma quello della Rai, non di Campo Dall’Orto. Al cui confronto il conte Mascetti con la supercazzola è Monsieur De Lapalisse. Lui però è convinto di parlare come mangia. Quindi alla Rai la prima cosa da riformare è la mensa.

Fonte: Il Fatto Quotidiano