da Roma

In qualche modo, almeno in apparenza, è la negazione dell’arte. E, nello stesso tempo, ne è l’essenza.

Il grande murale Triumphs and Laments regalato (i costi sono stati tutti coperti da privati) alla città di Roma dal sudafricano William Kentridge in un lunghissimo tratto della riva del Tevere è infatti il contrario, il «negativo», di ciò che un’opera d’arte dovrebbe essere: è realizzato per sottrazione, in negativo, perché le figure che affiorano sull’argine del fiume non sono dipinte ma sono l’ombra di ciò che rimane visibile togliendo lo sporco attorno: l’artista con un fortissimo getto di acqua e solventi ha eliminato, attorno a una serie di stencil preconfezionati, la patina di polvere, limo e inquinamento che si è accumulata nei secoli sul travertino bianco dei muraglioni. E, soprattutto, l’opera per contrasto e al contrario della Città eterna è pensata per scomparire da qui a qualche anno: lo strato di sporco tornerà presto, naturalmente ed inesorabilmente, ad accumularsi sulla pietra, cancellando quello che oggi vediamo. Nulla è più effimero e necessario dell’arte.

Intanto, inaugurato il 21 aprile scorso, «natale di Roma», dopo dieci anni di studio (tra bozzetti e complicazioni burocratiche) e uno di lavoro, oggi possiamo godercelo, l’imponente lavoro di Kentridge..: un’opera di street art, site specific, di proporzioni gigantesche, come si addice alla grande bellezza di Roma. Passeggiare, tra l’acqua del Tevere e le pareti massicce, sotto le ottanta figure, alte tra i dieci e i tredici metri, che sfilano srotolando la storia della città, per quasi seicento metri, incorniciate tra ponte Sisto e ponte Mazzini, è meraviglioso. Camminando lentamente, a faccia in su, si assiste allo scorrere di una pellicola (Kentridge, nato a Johannesburg nel 1955, è noto soprattutto per i suoi film di animazione creati da disegni a carboncino) che reinterpretano, senza cronologia né colori né vernici, la storia, il mito, il folklore, il costume, le icona di Roma… Fra, appunto, Triumphs and Laments, glorie e sconfitte. C’è la Lupa capitolina che allatta due orci, c’è San Pietro crocifisso a testa in giù, c’è l’effige di Garibaldi, c’è Romolo che ammazza Remo, ci sono Marcello Mastroianni e Anita Ekberg in una vasca-fontana trainata da una biga, c’è il cadavere rannicchiato di Pier Paolo Pasolini, c’è l’estasi di santa Caterina del Bernini, c’è così mi è sembrato Giordano Bruno avvolto nel suo saio, c’è la Morte a cavallo, ci sono Ercole e Caco, c’è Aldo Moro assassinato Un fregio maestoso, che dimostra come l’arte sia l’indispensabile catalizzatore del rinnovamento urbano (pensate ai murales che hanno trasformato, sempre a Roma, il quartiere di Tormarancia in un coloratissimo, e molto visitato, museo a cielo aperto) e uno sfregio raffinato all’idea (di chi crede unicamente nella commercializzazione e nella quotazione dei capolavori battuti all’asta) che l’arte contemporanea sia soltanto o business o provocazione.

Per il resto, buona passeggiata sul Lungotevere.

Fonte: Il Giornale