Presa con il giusto distacco, certa stampa italiana può anche essere fonte di buon’umore. Scopro oggi in prima pagina questa interessante tesi: l’economia è nel panico a causa dell’ Iran. Sì, perché l’ Iran, passato l’implementation day e revocate le sanzioni, potrebbe voler mettere sul mercato un po’ di petrolio in più (in sei mesi, dicono gli analisti specializzati, potrebbe passare al massimo dai 2,9 milioni di barili al giorno a 3,6) e questo (sì, proprio questo) potrebbe far ulteriormente calare il prezzo del greggio, con conseguenze catastrofiche sia nei Paesi in via di sviluppo, che dipendono dagli incassi petroliferi per tirare avanti, sia in quelli sviluppati, che a loro volta fanno quadrare i conti tassando la benzina. E tutto questo perché? Perché c’è la guerra tra sciiti e sunniti, che usano il prezzo del petrolio come arma.

Roba fina. Peccato che il crollo del prezzo del petrolio sia dovuto anche al calo della domanda, generata quasi interamente dai Paesi sviluppati, a causa della crisi economica globale in corso dal 2008, crisi che certo non è causata dal conflitto tra sciiti e sunniti. Peccato che il cosiddetto oil glut, ovvero il surplus di petrolio, sia arrivato nel novembre scorso 3 milioni di barili (tanto il petrolio invenduto, fermo nei depositi) dopo essersi accumulato per tutto il 2015, tanto che il prezzo del greggio è crollato del 75% in 18 mesi. In questo quadro, i presunti 500 mila barili in più che (forse) tra sei mesi l’Iran potrebbe mettere sul mercato, sono un fattore del tutto secondario. E poi che cosa c’entrano i musulmani, sia sciiti sia sunniti, con il fatto che i Paesi industrializzati dell’Occidente non riescono ad abbassare le tasse?

Iran e petrolio
Ci sarebbero un po’ di altre considerazioni, per la verità. I tre maggiori produttori di petrolio al mondo (nell’ordine: Usa, quasi 14 milioni di barili al giorno; Arabia Saudita, 11,6 milioni di barili; Russia, 10,8 milioni di barili al giorno) hanno reagito al crollo della domanda nello stesso identico modo: aumentando la produzione. Tutti e tre facendo il proprio record: gli Usa grazie allo shale oil estratto da rocce e sabbie con le nuove tecnologie, Arabia Saudita e Russia estraendo petrolio “tradizionale” come mai prima. In più, per la prima volta nella storia e abolendo un divieto che durava da quarant’anni, proprio l’anno scorso gli Usa hanno cominciato a esportare petrolio, con l’obiettivo di venderne all’estero almeno 700 mila barili al giorno. Ovvio che il prezzo sia sceso, no?

Quindi: che cosa c’entra l’Iran in tutto questo? Che c’entra il Paese che sconta le sanzioni americane dal 1979 (l’anno della Rivoluzione khomeinista e degli ostaggi nell’ambasciata americana), quelle decise dal Consiglio di Sicurezza Onu dal 1996 e quelle dell’Unione Europea dal 2012? Oltre tutto, dei tredici Paesi Opec, che non sono tutti islamici e men che meno tutti mediorientali, l’Iran è l’unico sciita ed è forse l’unico che abbia ripetutamente chiesto un taglio delle produzioni, proprio per non far troppo abbassare il prezzo. Però, certo, questa guerra tra sciiti e sunniti…

Non dobbiamo temere. Lobby e gruppi di pressione sono già all’opera. E mentre gli imprenditori europei (per esempio quelli italiani, visto che nel 2005 l’Italia era il terzo partner commerciale assoluto di Teheran, con il 7,5% di tutte le esportazioni) non vedono l’ora di ricominciare a fare affari con gli iraniani, molti sono già pronti a spiegarci che dall’Iran dipendono le nostre disgrazie. Tutta colpa di Rouhani, è chiaro.

Fonte: Famiglia Cristiana