Come può cambiare il destino del Siraq, del Medio Oriente e forse anche il nostro? La riconquista a tappe di Ramadi, centro vitale della provincia di Al Anbar, ha un alto significato militare e politico. A Ramadi si decide tutto. Nell’ultimo anno il Califfato ha perso dal 15 al 20% del suo territorio ma non è solo questo il valore di un’operazione bellica che riscatta le umiliazioni subite dall’esercito iracheno e dà una logica i raid della coalizione internazionale. Siamo di fronte a una prova decisiva per il governo sciita di Baghdad chiamato a liberare anche Mosul e a rimediare agli errori del passato che hanno contribuito nelle aeree sunnite all’ascesa prima di Al Qaeda e poi del Califfato.
Se c’è la possibilità di una rinascita della nazione irachena e di una riconciliazione tra le componenti settarie e tribali si riparte da qui. Era apparso evidente anche qualche anno fa. In un lontano settembre del 2008, che però sembra l’altro ieri, la stampa fu invitata alla cerimonia del passaggio di poteri tra americani e iracheni: sul palazzo del governatorato di Ramadi sventolavano fitte schiere di bandiere tribali per nascondere alla vista quella nazionale che da queste parti, dopo la caduta di Saddam e l’ascesa al potere degli sciiti, nessuno aveva mai accettato. Il messaggio era chiaro.
Il generale americano David Petraeus, comandante in capo in Iraq, afferrò al volo la situazione. Washington cominciò a sborsare 800mila dollari al giorno per ammansire gli 80mila miliziani sunniti. Petraeus fu assai abile con i dollari e le promesse di riscatto politico nel convincere le milizie tribali che appoggiavano i ribelli e Al Qaeda a cambiare casacca per entrare nella Sahwa, il movimento di Risveglio sunnita. La “surge”, il piano di sicurezza, cominciava a dare risultati incoraggianti ma quando alla fine del 2011 gli americani si ritirarono dall’Iraq i sunniti furono di nuovo relegati ai margini dal primo ministro Nouri al Maliki che smise di pagare le milizie e non le incluse nelle forze di sicurezza irachena. Non solo, rispose alle proteste sunnite con le armi: fu un vero regalo per la propaganda jihadista pronta a sfruttare il malcontento di una popolazione ostile a uno stato controllato dalle milizie sciite e da politici filo-iraniani. Ai sunniti persino il Califfato sanguinario di Al Baghdadi appariva un’alternativa migliore rispetto al potere centrale.
Il Siraq, come concetto geopolitico, nasce qui, nel cuore della Mesopotamia. La frontiera tracciata cento anni fa da Sykes-Picot tra Siria e Iraq non ha mai reciso i profondi legami tribali e religiosi tra le popolazioni sunnite dell’Est siriano e quelle dell’Ovest iracheno: questa identità è riemersa con prepotenza dopo le rivolte arabe e la caduta dei raìs. A Ramadi siamo al centro della questione sunnita: in Iraq una minoranza del 20% che dopo Saddam ha perso il potere e sostenuto l’opposizione all’invasione americana del 2003; in Siria una maggioranza dell’80% che ha osteggiato fin dagli anni ’70 il regime alauita degli Assad.
In questa aerea nevralgica, definita con un neologismo azzeccato il Siraq, si è infiammato il conflitto settario che oppone i sunniti ai due poteri centrali di Baghdad e Damasco. L’intuizione di Baghdadi, sostenuto dagli ex generali baathisti, è stata quella di unire i due campi di battaglia. È nel Siraq che sono esplose le grandi dinamiche che scuotono il Medio Oriente ma anche l’Europa: la crescente radicalizzazione religiosa del mondo musulmano e il confronto strategico tra il fronte sunnita, guidato dall’Arabia Saudita, e quello sciita, capeggiato dall’Iran e che ora conta sull’alleanza con la Russia.
La gestione politica della riconquista di Ramadi e le relazioni che saranno instaurate con i sunniti, evitando le vendette, saranno dunque un banco di prova per il governo di Baghdad ma anche per tutto il Siraq se si vuole uscire dalla logica del conflitto settario che ha stritolato il Medio Oriente e alimentato un estremismo che si è propagato all’Europa: gli errori del passato sono stati pagati duramente con l’avanzata dell’Isis. I precedenti non sono confortanti. Per mesi a Ramadi hanno chiesto armi per formare squadre di difesa contro il Califfato ma il governo sciita si è mosso con grande lentezza. Gli sciiti non si fidano dei sunniti e viceversa: da come verrà liberata Ramadi si potrà capire di più sul futuro della guerra al Califfato e anche sulle chance del negoziato di pace Onu per la Siria.

Fonte: IlSole24Ore