È la più grande ipocrisia. E dura da agosto. Da quando cioè le milizie islamiste di Fajr Libia (Alba Libica) hanno messo a ferro e fuoco Tripoli costringendo all’esilio a Tobruk il legittimo governo e il Parlamento eletto due mesi prima. Da allora ci sforziamo di negare la realtà. Da allora fingiamo d’ignorare che gli islamisti al potere a Tripoli sono complici e protagonisti della spietata tratta di umani. E utilizzano il flusso di denaro generato da quei traffici per finanziare la guerra al governo di Tobruk. Il legame tra gli islamisti di Tripoli e i trafficanti di uomini è innanzitutto ideologico. Fajr Libia è monopolizzata dai Fratelli Musulmani e da ex esponenti del Gruppo Combattente Libico, la formazione qaidista attiva in Libia negli anni Novanta.

Grazie a queste radici Tripoli mantiene intense relazioni con le milizie jihadiste che gestiscono i traffici di esseri umani ai confini meridionali con Sudan, Ciad e Niger. Da agosto le milizie jihadiste del sud – costrette prima a far i conti con le formazioni leali al deposto governo laico – possono così trasferire decine di migliaia di umani verso le coste settentrionali. Questi trasferimenti generano un impressionante giro di valuta pregiata. Mentre i trafficanti del sud incassano 800 dollari per ogni disgraziato spedito sulle coste settentrionali, quelli del Mediterraneo ne incassano 1500 per ogni migrante salito sui barconi. Il carico naufragato ieri garantiva, tanto per esser chiari, un fatturato da 900mila dollari. Al netto delle vite perdute. A differenza di quanto avveniva fino ad agosto questo denaro viene oggi equamente suddiviso tra le organizzazioni criminali e i vertici di Fajr Libia che garantiscono «protezione» ai trafficanti. L’evoluzione, è particolarmente evidente sia a Zuara, la città alleata di Fajr Libia a 60 chilometri dalla frontiera tunisina dove si registra il maggior numero di partenze, sia a Zawiya e Qarabully, le spiagge utilizzate dai trafficanti attivi a ovest ed est di Tripoli. In queste località le motovedette libiche non si limitano a ignorare gli scafisti, ma garantiscono assistenza e appoggi ai trafficanti di uomini. Una realtà emersa con drammatica evidenza una settimana fa quando una motovedetta di Tripoli ha sparato contro un’unità della Guardia Costiera costringendola a rimettere in mare un barcone sottratto agli scafisti. Ma anche le vicende di Misurata dove i rimorchiatori non vengono impiegati per bloccare gli scafisti, ma per tentare il sequestro dei pescherecci italiani in acque internazionali sono un sintomo dell’evidente degrado della situazione.

Lungo i 400 chilometri di coste dalla frontiera tunisina fino a Misurata opera insomma una nuova Tortuga. Una Tortuga che ha trasformato il traffico di uomini in affare di Stato. Stroncare questa vergogna impiegando un blocco navale simile a quello realizzato dalla Nato nel 2011 in funzione anti-Gheddafi significa inevitabilmente entrare in collisione con una coalizione che oltre a contare sugli appoggi di Qatar e Turchia è anche assai vicina ad Ansar Sharia, un’organizzazione terroristica già molto vicina allo Stato Islamico. Ma queste ambigue collusioni sono anche all’origine della grande ipocrisia occidentale. Paralizzati dal timore di favorire una saldatura tra gli islamisti di Tripoli ed uno Stato Islamico già presente a Sirte e Derna preferiamo illuderci che la vita dei migranti dipenda dall’organizzazione dei soccorsi e dalla disponibilità all’accoglienza anziché da un rigido blocco navale affiancato da capillari operazioni armate contro le organizzazioni coinvolte nel traffico.

Fonte: Il Giornale