Gli animali credono che la Misericordia riguardi solo loro. E così anche le cose. L’inanimato non ha la percezione della libera scelta tra il bene e il male e così –immerso nella Misericordia – abita il riflesso di Dio. Non c’è nulla che non provenga dall’Altissimo e così il tutto –ma anche il niente – resta indifferente al calpestio degli uomini ai quali, invece, spetta di decifrare il segno della Benevolenza. Cade come una vertigine l’assunto appena pronunciato da Abdolhossein Khosropanah. E così giovedì scorso, tra tanti ragazzi –bellissimi –quella “dolcezza che sazia”, ovvero la Misericordia, è stata l’argomento di un incontro spiazzante alla Pontificia Università Lateranense. Straniante giusto nel sottofondo di spavento già presente appena fuori, in piazza San Giovanni, a Roma, coi mitra dei soldati chiamati a presidiare il transito dei cittadini ignari della meraviglia che si consuma dentro le mura accademiche. Khosropanah, direttore dell’Istituto di filosofia di Qom, la più importante università di teologia in Iran, parla al pubblico riunito nell’aula magna dell’ateneo vaticano.
Con lui c’è Giulio D’Onofrio, docente di Filosofia medievale, pronto a porgere con Dante – nel dialogo sapienzale – la pietate, e la magnificenza e dunque, nel segno della comune patria celeste, il verso del XXXIII del Paradiso: “In te s’aduna quantunque in creatura è di bontade”.
Misericordia è il misurare del cuore. I sufi e i mistici desiderano col cuore. Ed è il desiderio di beni da condividere con gli altri. Nell’Aldilà, racconta Khosropanah forte di poesia, ci sono otto porte per varcare la soglia del Paradiso, una delle quali è la Misericordia. Mons. Rino Fisichella, forte di sostanza cattolica, chiamato al ruolo di moderatore, coglie lo spunto “Ce ne sono otto di porte, c’è la speranza di indovinarne una: la Porta santa”. Misericordia è sinonimo di Ventre. Nella recitazione della sura aprente, al-Fatiha, in ogni singola parola, al-rahman al-rahim –ovvero il Clemente, il Misericorde –il suono che è vertigine si sovrappone e svela i movimenti del ventre propri di una donna quando si appresta a far l’amore e il liquido proprio della monade amniotica è già Benevolenza.
Il nascituro riceve la Misericordia nella pancia di mamma. Non può darsi solitudine nell’Essere e desiderare ciò che Dio vuole è Misericordia. D’Onofrio – salutato da una pioggia di applausi – convoca nell’allocuzione il guerriero troiano Rifeo, pagano, partecipe della insondabile Misericordia. È il iustissimusunus per Virgilio, nell’Eneide, e perciò collocato da Dante tra i giusti del Paradiso, nel XX canto, nella pupilla dell’Aquila dalla voce d’allodola. Tre dotti cristiani e tre dotti saraceni discettano in tema di Misericordia nella tradizione cristiana e islamica. Con D’Onofrio ci sono Antonio Pitta e Manuel Arroba; con Khosropanah ci sono Mohammad Ali Shomali e Abolfazl Sajedi e per un istante –con Fisichella tra loro –sembra di assistere a un torneo ed è effettivamente una gara a conoscersi per riconoscersi. “Il mio Profeta”, dice Khosropanah, “è un segno della Misericordia”. “E così Gesù”, aggiunge. Sono, Maometto e Cristo, due raggi della stessa luce. È come un ventre l’aula magna della Lateranense. Quantunque in creatura è segno. E vertigine.

Fonte: Il Fatto Quotidiano