Bashiqa – La guerra al Califfato non è come le altre: alla barbarie dell’Isis si accompagna non solo la paura dei civili nella morsa del terrore ma anche la profonda inquietudine di chi combatte i jihadisti.

«Non si arrendono, vanno diritti fino alla morte, quello che per noi è un comportamento suicida per loro è un martirio che schiude le porte del paradiso» 

Dice il generale Jamal Mohammed, capo di stato maggiore dei peshmerga curdi che assediano gli ultimi miliziani dell’Isis asserragliati a Bashiqa, dieci chilometri a nord di Mosul. Bashiqa, un agglomerato di cemento grigio come il cielo che la sovrasta, era già stata data per conquistata ma la realtà sul terreno è un po’ diversa. Le parole del generale sono accompagnate da un’esplosione fragorosa e da una nuvola di fumo nero che avvolge l’orizzonte e si mescola con il fumo bianco sollevato dai bombardamenti aerei: è un’autobomba, a 500 metri dalla postazione di comando. Ne sono esplose quattro nelle ultime 24 ore e cinque peshmerga sono stati uccisi. Duemila combattenti sono tenuti in scacco da non più di tre dozzine di jihadisti e impediscono, anche se per poche ore, ai peshmerga di piantare il vessillo di una vittoria di prestigio: non saranno loro, secondo gli accordi, a entrare a Mosul ma la Golden Division di Baghdad, truppe d’élite che appaiono meglio armate dai curdi di Massud Barzani, ancora avvinghiati a mitragliatrici leggere montate su fragili pick up Toyota. I cecchini dell’Isis a Bashiqa tengono ancora sotto tiro il viale principale e neppure arrivare su questo fronte è stato facile: con un colpo di fortuna e abilità l’autista Barzan si è incolonnato dietro i pick-up armati di mitragliatrice dei peshmerga che hanno imboccato per alcuni chilometri una pista di sabbia. Di fianco dei bulldozer stanno spianando la pietraia per tracciare un strada militare fino a Mosul: potremmo essere smentiti ma non sembra che l’assedio della città, dopo quasi tre settimane, sia una questione che si risolve in pochi giorni.

«I jihadisti combattono così – spiega il generale Jamal Mohammed – con i cecchini, i mortai, i lanciagranate e soprattutto con le autobomba: aggirano lo schieramento dei soldati della coalizione usando centinaia di tunnel che hanno scavato in questi due anni di occupazione dello Stato Islamico».

Bashiqa, disabitata dai civili, è paragonabile a uno di quartieri più piccoli di Mosul e questo fa capire assai bene perché cacciare l’Isis da una città di un milione e mezzo di abitanti è una questione molto complessa. Soprattutto perché i jihadisti usano migliaia di scudi umani. Alla fossa comune con cento cadaveri di Hammam Alil, si è aggiunta la notizia che qui i miliziani del Califfato nero hanno costretto 1.500 famiglie a seguirne la sorte come ostaggi. Per sbriciolare la resistenza del Califfato sono scesi in campo gli americani. Colonne di blindati rombano in direzione di Mosul a sostegno di una coalizione dove a combattere sul terreno sono l’esercito iracheno di Baghdad, i peshmerga curdi e a Tal Afar le milizie sciite filo-iraniane. Ma a 15 chilometri da Mosul, a Zelkan , c’è anche una base della Turchia che avrebbe addestrato due o tremila miliziani con il compito di proteggere i sunniti e dare la caccia al Pkk curdo nel Sinjar.

I soldati di Ankara sono ospiti sgraditi agli iracheni ma Erdogan insiste con gli americani per avere un ruolo sia nella battaglia di Mosul che in quella siriana di Raqqa, dove gli Usa vogliono usare i curdi siriani per isolare i jihadisti ma far prendere la città agli arabi. In realtà il suo obiettivo non è mai stato tanto il Califfato e forse neppure espandere le frontiere a spese di Stati in disgregazione, rivendicando pezzi amputati alla Turchia negli anni Venti – quando Clémenceau e Lloyd George, dopo l’accordo anglo-francese di Sykes-Picot del 1916, si distribuirono le spoglie dell’Impero Ottomano – quanto fare fuori i curdi, dentro e fuori dal Paese, e rafforzare il potere presidenziale. E su questo punto chiave della politica turca – ossessionata dall’irredentismo curdo e vulnerabile al terrorismo del Pkk Erdogan si è trovato in sintonia con Putin: ai turchi decidere la sorte dei curdi e ai russi, con Assad, stabilire quella di Aleppo. Tenere a bada questo alleato della Nato sarà uno dei compiti del prossimo presidente americano che dovrà districarsi dal groviglio di alleanze e di veti in cui è cacciata in Medio Oriente la politica occidentale. E si comincia da qui, dall’Iraq, che gli americani invasero nel 2003 abbattendo Saddam ma ritirandosi nel 2011, uno dei tanti errori di calcolo ai quali si sono poi aggiunti la Libia e la Siria. “Leading from behind”, guidare da dietro, era il mantra degli strateghi americani: ma forse allora non avevano previsto che a qualche centinaio di chilometri da questa pianura rigurgitante jihadismo e petrolio fosse schierata in forze anche la Russia.

Fonte: Il Sole 24 Ore