Piedi pietrosi e crepati, sulle cui dita sembra accumularsi la polvere del mondo. Avvoltoi che planano su una discarica urbana e dividono con esseri umani i resti di una modernità stracciona: lattine, plastica, vetri rotti, avanzi industriali.

Un camposanto di fiori appassiti e croci, candele dalla luce baluginante, un grigiore dove tra i visitatori si staglia la silhouette di un cane sdraiato su una tomba, quasi a ricordare che ogni uomo seppellito è il cane del suo nulla… Bare, a noleggio, di legno scadente, su cui caricare e scaricare i defunti, locomotive antidiluviane su cui caricare e scaricare i minatori, una piazzetta di paese trasformata in confessionale a cielo aperto, un’umile processione, un matrimonio più stupefatto che felice e sempre e comunque una natura aspra, dove anche i cactus sembrano escoriati. Le “altre Americhe ” di Sebastião Salgado sono questa cosa qui, un concetto chiamato America Latina, la qualità atemporale di un mondo immutabile, le distese vuote delle Ande e della Sierra Madre, la desolazione dei deserti, il misticismo profondo di una vita contadina colta sul crinale del mutamento, quando all’esodo per siccità, epidemie, conflitti politici si aggiunge il miraggio diffuso dalla radio, la sirena urbana che promette un po’ di benessere e intanto disintegra un ordine sociale dove la povertà non era ancora miseria.

Adesso che Contrasto ripubblica le 49 foto di un reportage che a metà degli anni Ottanta impose Salgado come il fotografo militante di un’umanità dolente ( Altre Americhe , 128 pagine, 35 euro) l’impressione di chi guarda oscilla fra l’incredulità e la compassione: non c’è il folklore, l’esotismo della “vita india” da tour operator, né il facile ricatto delle bidonville metropolitane, ma la raffigurazione di un continente sommerso e senza frontiere, dal Messico alla Cordigliera del Cile, al Nordeste del Brasile, con le sue lingue reciprocamente incomprensibili, le credenze diverse, eppure composto di un bacino collettivo di rituali e di valori, un’omogeneità iscritta nelle facce. Volti indiani che solo una fiera rassegnazione salva dalla pura e semplice disperazione.

All’epoca Salgado aveva già quarant’anni e un passato da economista perfezionatosi fra il Brasile, la Francia e l’Inghilterra. A Parigi, all’inizio degli anni Settanta, lo aveva seppellito per darsi alla fotografia: l’agenzia Sygma prima, poi Gamma, infine Magnum. Nella biografia che chiude il volume, Autres Amériques , che fu il suo primo libro, è datato 1984, ma in realtà è di due anni dopo e sempre nel 1986 in cui venne pubblicato da Contrejour ebbe anche un’edizione spagnola, una americana e fece incetta di premi. Nella prefazione alla ristampa odierna, Claude Nori, che ne fu il primo editore, ricorda che «all’epoca, con un battito di mani, si decideva in pochi secondi di lanciarsi con beata incoscienza in un’avventura al tempo stesso militante e sentimentale. La maggior parte delle fotografie erano orizzontali, e spesso composte da due parti che lasciavano apparire a destra e a sinistra due scene complementari, cosa che rendeva l’immagine particolarmente interessante. Sembravano adattarsi alla perfezione alla doppia pagina del libro, tagliate al centro dalla piega della rilegatura e della cucitura». L’impaginato del volume lo fece la moglie di Salgado, Léila, e fu anche per lei un esordio. Una foto scattata dallo stesso Nori in Spagna, quando a Huelva Autres Amériques vinse il Primo premio della fotografia ibero-americana, mostra lei e Sebastião nel sedile posteriore della sua autovettura, «entrambi mezzi addormentati per la stanchezza. L’amore che li legava trasudava dolcezza e un senso di appagamento».

Altre Americhe è il frutto di sette anni di viaggi, o, come sottolineerà lo stesso Salgado, «di sette secoli, perché tornavo indietro nel tempo. Alla velocità lenta e densa che caratterizza il passaggio di tutte le ere in quella regione de mondo, assistevo al susseguirsi di un flusso di culture differenti e al tempo stesso simili nelle loro credenze, dolori e scherzi del destino».

Immensa povertà e minuscole chiese locali, i morti che restano vivi nell’immaginario di tutti, perché la morte è la sorella inenarrabile del quotidiano: anche questo raccontano le fotografie del libro. I corpi tolti dalle bare prese a nolo, saranno più liberi di trovare la strada del cielo e i bambini vengono sepolti con gli occhi aperti, altrimenti vagherebbero ciechi nell’aldilà, impossibilitati a trovare la Casa del Signore…

Durante il suo reportage, a San Lucas de Los Saraguros, Salgado fa amicizia con Concépciòn, detto Supo, sorta di sacrestano del paese. Nel suo delirio mistico e alcolico, Supo è convinto che i giorni dell’umanità siano contati, ma non gli riesce di leggere nel cielo l’annuncio della fine dei tempi. Un giorno, durante una passeggiata, fa a Salgado una richiesta esplicita: comunicare alla gente del cielo il suo comportamento in quella valle di lacrime che è la terra. «Era assolutamente convinto che io fossi un emissario degli dei mandato laggiù per mostrare e raccontare». Per certi versi, non aveva torto.

Fonte: Il Giornale