Una terra innamorata della giovinezza. Si tratta dell’Occidente, la regione dove il sole tramonta, la più affezionata alle prime fasi della vita. Chissà poi se non sia proprio questa sua passione un po’ unilaterale a condannarla al tramonto che Oswald Spengler, insieme con altri, vedono iscritto nel suo presente-futuro. Il libro L’era della giovinezza. Una storia culturale del nostro tempo (Donzelli, pagg. XII-212, euro 25) dedicato al rapporto tra mito della giovinezza e Occidente da Robert P. Harrison, sociologo della cultura all’Università di Stanford, lascia aperta la questione, ma ricostruisce con cura e anche humour la storia di questo innamoramento. Cosa c’è, però, all’origine di questa passione? Perché invece di riverire il Chun Tzu, il vecchio saggio taoista, o la baba yaga russa, noi occidentali siamo tanto interessati agli adolescenti, e dalla fine del ‘900 addirittura alle lolite, malgrado le loro evidenti debolezze e ignoranze? Secondo Harrison la causa è un processo addirittura biologico, prima che culturale: la neotenia, un termine scientifico che coniuga l’aggettivo «neo», che significa «nuovo» (ricordate Neo, l’eroe protagonista del geniale Matrix?), con la forma verbale che significa «tenere-mantenere». Un fenomeno biologico presente quando caratteristiche fisiche e psichiche infantili persistono anche nella fase adulta di un organismo. Riguarda specie (come quella umana) che mantengono caratteristiche infantili nel corso della vita, segnata da un relativo ritardo nello sviluppo rispetto ad altri individui del mondo animale. Scoperta negli anni Venti del ‘900, poi contestata perché imprecisa, e infine confermata e meglio definita dal biologo evoluzionista e storico della scienza Stephen Jay Gould, la neotenia è causa dei ritardi sia istintuali che comportamentali dell’uomo rispetto agli altri individui del mondo animale, ed anche della nostra passione per la giovinezza. Molto amata appunto perché, in fondo, finché siamo vivi, non ne usciamo mai completamente, mantenendone sempre qualche caratteristica importante, cui è legata la nostra stessa vitalità.

Anzi, ha spiegato l’evoluzionista Stephen Jay Gould, la neotenia ha offerto all’uomo diversi «vantaggi selettivi» nel corso dell’evoluzione permettendogli, ad esempio, di accrescere il cervello e le sue capacità per un lungo periodo della vita, e quindi di sviluppare nuove abilità adattandosi alle condizioni circostanti, sempre diverse. Rimanendo un po’ bambini mentre siamo già adulti, siamo insomma sempre in grado di modificarci (come poi hanno progressivamente chiarito le neuroscienze, in particolare con la plasticità cerebrale). Naturalmente dobbiamo essere pronti (in genere quando qualcosa è andato male) a capire quando dobbiamo cambiare in noi qualcosa per stabilire relazioni più adeguate con l’ambiente. Harrison racconta nel libro come l’Occidente abbia valorizzato queste abilità fanciullesche attraverso una serie di «rivoluzioni neoteniche» che hanno progressivamente messo al centro della sua storia il Fanciullo, il Puer, il mondo e l’individuo nuovo e la sua capacità di adattarsi alle nuove circostanze rispetto alle vecchie abitudini. La prima rivoluzione che l’autore propone è quella portata nel pensiero filosofico da Platone e dal suo maestro Socrate, un «fanciullo» rispetto ai capi delle scuole tradizionali, che infatti dice di non sapere nulla di preciso e rimanda come unica fonte del sapere al «conosci te stesso»: il massimo della flessibilità e della libertà. La seconda rivoluzione neotenica è quella rappresentata da Gesù, il Dio bambino. In realtà, spiega Harrison, «non è affatto un bambino, è il Signore»; e l’insistenza sull’infanzia è soprattutto necessaria per l’avvento di un mondo nuovo. La sua nascita regale nella mangiatoia e il suo ripetuto rinvio al «diventare come bambini» e rinascere, presenta la necessità di una morte-rinascita, piuttosto della tradizione che egli evoca soprattutto per rinnovarla da capo a piedi. In Occidente nacque così la nuova religione, per un nuovo tipo di uomo, costantemente portato più al rinnovamento che ai costumi precedenti.

Altre rivoluzioni neoteniche, decisive per la storia occidentale, sono state per Harrison l’Illuminismo, con la sua separazione dall’autorità della religione, la dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione americana, con la sua straordinaria capacità di durata grazie al suo fondamentale pessimismo e capacità di prevedere contrappesi adeguati ad ogni possibile sviamento dall’interesse pubblico. La Costituzione americana, con le sue cautele contro la corruzione della natura umana, ben nota ai Padri Fondatori, consentirebbe così «ai suoi cittadini il lusso di diventare come bambini senza ricominciare tutto daccapo come chiedono Gesù Cristo e San Paolo, o, in altro modo, Socrate e Platone». Qui sta, però, anche il rischio di ogni visione neotenica, quando diventa passione per un’adolescenza senza fine. Crescere lentamente, godersi la giovinezza, sviluppare intanto flessibilità e usare intelligentemente della plasticità del cervello per evitare insidie e trappole sono infatti, certamente, grandi risorse della neotenia umana. Tuttavia la rinascita, il rinnovamento personale, e forse anche quello pubblico e istituzionale, sono necessari davvero, non sono aggirabili con operazioni cosmetiche, codici linguistici o norme di polizia. Come sembra illustrare, ad esempio, l’attuale poco esaltante spettacolo delle elezioni americane, con le sue evidenti decrepitezze personali dei candidati, ma forse anche collettive. L’astuta alternanza dell’individuo neotenico tra i due archetipi del Puer e del Senex, del fanciullo e del vecchio, perfettamente intuita dallo psicoanalista James Hillman e ben assimilata da Harrison, rischia di diventare solo uno stratagemma culturale, un gioco scenico, se non accetta di passare per l’esperienza sostanziale, seppure simbolica, della morte e della rinascita. Ad essa non possono sottrarsi naturalmente le istituzioni pubbliche, anch’esse a rischio di sclerosi come gli organismi umani. Insomma, arriva il momento in cui bisogna cambiare e rinascere davvero. Anzi proprio questo è forse il bello (anche dell’Occidente).

Fonte: Il Giornale