Termine era il dio romano dei confini. Stava in Campidoglio e nel suo nome venivano piantati i ceppi a segnare il limitare dei poderi.

Nella sua Grammatica delle civiltà, lo storico Fernand Braudel ha spiegato come «a prima vita ogni civiltà assomiglia a uno scalo merci, che riceve e spedisce di continuo i bagagli più eterogenei. Tuttavia, può avvenire che una civiltà rifiuti testardamente una particolare offerta proveniente dall’esterno». Tutte le culture hanno insomma i loro meccanismi di filtraggio e di visto e le frontiere, come le medicine, sono rimedio e veleno insieme: è una questione di dosaggio.

Le frontiere hanno a che fare i con i popoli, che non sono le popolazioni di cui trattano i geografi. I popoli hanno a che vedere con miti e forme, leggende e mappe, avi e nemici. Nel suo Elogio delle frontiere, Régis Debray scrive che «un popolo è una popolazione con in più dei contorni e dei cantastorie». È anche questo che spiega «la miseria mitologica» dell’Unione europea, il suo essere effimera: le manca un affectio societatis, «non osa sapere e ancor meno dichiarare dove essa cominci e dove finisca». Non è riuscita insomma a prendere forma, il che vuol dire mettere un ordine nel caos, tracciare una linea fra un dentro e un fuori. L’esatto contrario di ciò che è alla base della fondazione del mondo occidentale in quanto tale: sacro viene dal latino sancire, delimitare, circondare, vietare, templum rimanda al greco temnein, ritagliare. Res sanctae, cose sacre, erano nella cultura latina i muri e le porte delle città.

Il mondo antico aveva ben chiara l’idea di «hybris», l’incontinenza, l’ingordigia di chi non si preclude alcun obiettivo. Il mondo moderno, che si giudica più educato e civile di quello che lo ha preceduto, fa invece di questa ingordigia scorpacciate quotidiane: si vuole senza limiti, morali e materiali. «Un solo mondo», con il suo bravo distintivo «senza frontiere» è quanto ci viene millantato, dimenticandosi che oggi all’Onu c’è il quadruplo degli Stati rispetto a quando fu fondato e che se l’orizzonte del consumatore si dilata, si contrae però quello dell’elettore. Raramente si è visto, nota ancora Debray, «nella lunga storia della credulità occidentale uno iato così forte fra lo stato del nostro spirito e lo stato delle cose, fra ciò che ci auguriamo e ciò che è. Si accarezza l’idea di un pianeta levigato, sgombro dall’altro, una terra con il lifting, con tutte le cicatrici cancellate, dove il Male sembra miracolosamente scomparso. Un’idea sciocca incanta l’Occidente, l’umanità sta andando male, andrà meglio senza frontiere».

Gli effetti sono grotteschi. Ricompaiono nel cuore dell’Europa linee di divisioni ereditate dal Medioevo, si rivendicano come frontiere nazionali quelli che erano e sono puri confini regionali, prolifera l’industria della sicurezza privata pur nell’epifania di un’auspicata «apertura all’altro». C’è di più: il senza-frontierismo si fa sempre più economicismo, finanza volatile, tecnicismo, oggetto standard usurabile, e assolutismo, l’onnivalenza planetaria.

Il concetto di frontiera non ha nulla a che vedere con quello di muro e/o di barriera, caso mai è il suo antidoto: non nasconde l’altro, separa e confronta. Senza fuori non esiste dentro, e viceversa. Significa riconoscere e conoscere il diverso da sé e quindi la complessità del mondo. Nell’utopia dei senza frontiere c’è il totalitarismo sgangherato di chi considera l’essere umano una forma priva di tempo e di luogo, a cui negare valore, identità, sacralità, una merce da mettere in vendita. Oggi intera, domani a pezzi.

Fonte: Il Giornale