Ancora in divisa da ufficiale, ma a guerra ormai finita, Ernst Jünger racchiuse la sua esperienza sul Fronte occidentale in un mannello di scritti che oltre Tempeste d’acciaio, il più famoso, comprendevano La battaglia come esperienza interiore, Boschetto 125, Fuoco e sangue (fino a oggi inedito in Italia e che ora Guanda presenta per la prima volta – pagg. 154, euro 16 – nella traduzione come al solito esemplare di Alessandra Iadicicco), nonché un manuale tecnico-tattico per la fanteria tedesca su incarico del generale Tayfen. «La guerra mi ha davvero trasformato» scriverà allora, ed è difficile comprenderne la figura e l’opera se non si pone al centro dell’una e dell’altra il fatto che innanzitutto Jünger fu proprio questo, un guerriero, ovvero un antico cavaliere nato in ritardo, in un’epoca che non era la sua e da lui in seguito e sino alla fine attraversata con l’elegante piglio dell’anarca, «colui che ha bandito da se stesso la società». Il suo fascino di scrittore e il suo fascino di uomo sono il retaggio di un’educazione bellica che nel crogiolo della Grande guerra aveva mischiato e cementato le classi sociali, e insieme l’ultimo portato di un tipo umano pre-moderno in cui aristocrazia e popolo non erano ancora divenuti privilegio e plebe per poi finire inghiottiti nel gigantesco termitaio di un’indistinta classe borghese.

Essere un guerriero non è la stessa cosa dell’essere un militare, e infatti nel 1923 Jünger dà le dimissioni. Sessant’anni dopo, al tempo delle celebrazioni franco-tedesche di Verdun, invitato all’Eliseo da François Mitterrand confesserà di avere «la sensazione di essere atterrato nel secolo sbagliato e non nel Paese giusto, di essere atterrato persino sul pianeta sbagliato» È interessante la risposta del presidente francese: «Ai tempi di Napoleone sareste senz’altro diventato maresciallo», e la successiva chiosa di Jünger che purtroppo, nel cambiare dei secoli, i marescialli erano diventati «tutt’altra cosa: se penso a Tuchacevskij, se penso a Rommel, non ho nemmeno bisogno di risalire a Ney e a Murat» Quest’ultimi alla fine si erano sacrificati per il loro Napoleone, il russo e il tedesco dal loro Napoleone avevano ricevuto la condanna a morte

La Francia è del resto un elemento importante nella biografia bellica di Jünger. Tempeste d’acciaio aveva come primo titolo Il rosso e il grigio, ovvero una parafrasi dello stendhaliano Il rosso e il nero, e il suo nazionalismo tedesco, significativamente nato dopo la Prima guerra mondiale, era tributario di quello francese di Maurice Barrès: «È lui che ha detto Je ne suis pas national, je suis nationaliste; un concetto che ho immediatamente fatto mio. In realtà ciò non ha fatto altro che riattivare un grande orientamento storico, vale a dire l’influenza della Rivoluzione francese sulla situazione tedesca. Le guerre di liberazione sono state rese possibili dal fenomeno napoleonico». In quest’ottica, i campi di battaglia europei di Napoleone segnano l’apertura della cosiddetta guerra moderna, totale, di massa e di annientamento, così come il primo conflitto mondiale ne segnerà per molti versi la conclusione. Sul piano letterario, lo stendhaliano Fabrizio del Dongo che nella Certosa di Parma partecipa alla battaglia di Waterloo, è l’altra faccia del giovane Ernst Jünger del Fuoco e sangue citato all’inizio. La differenza, significativa, è che, come notò a suo tempo Alberto Boatto, «lo scrittore tedesco riesce a far penetrare la terribilità della guerra nell’esperienza dell’io del combattente; là dove il romanziere francese fa cadere quasi del tutto il fenomeno guerra al di fuori della soggettività del soldato, fa sì che la terribilità della guerra non penetri dentro la coscienza del suo eroe. Soltanto alla fine della guerra moderna, quando essa ha raggiunto il punto massimo della propria potenza e atrocità, il soldato riesce a ottenere con Jünger quello che all’inizio della guerra moderna, con Stendhal, non era riuscito a compiere: vale a dire la riappropriazione della propria esperienza eccezionale».

La differenza fra le due posizioni ha naturalmente a che fare con le biografie dei rispettivi autori: lo Stendhal napoleonico a Waterloo non c’era, e il suo curriculum militare è modesto; lo Jünger del Fronte occidentale ha 14 ferite all’attivo e la battaglia del 21 marzo 1918 raccontata in Fuoco e sangue gli frutterà la più alta decorazione tedesca. Molti anni dopo, intervistato da Julien Hervier, Jünger sottolineerà che, proprio come l’autore della Certosa di Parma, il suo «addio alle armi» del primo dopoguerra era dovuto alla mancanza di voglia, alla voglia di fare altro, un buon libro, un romanzo, per esempio: «Questo corrisponde pressappoco all’atteggiamento di Stendhal. C’erano molte cose che lo impressionavano, ma alla resa dei conti era la letteratura la cosa più importante». È una precisazione interessante, ma fuorviante, perché quando scrive Fuoco e sangue e gli altri testi bellici, è ancora la guerra la cosa per lui più importante, ovvero la sua razionalità, la sua stessa essenza: «Ci si era davvero buttati a capofitto in un turbine di violenza cruda e insensata per via di una cieca obbedienza, vittime dell’irresistibile furia di una psicosi di massa? Oppure si aveva davvero servito in un grande esercito che aveva risposto anche a una domanda profonda, un esercito col senso della grandezza storica?»

Il fatto è che nel secolo intercorso fra le due narrazioni, il romanticismo ha ceduto il passo al decadentismo e la modernità reclama un occhio più lucido e disincantato e insieme la necessità di sentirsi parte di un’epoca di materiali e di masse che lascia poche via di fuga individuali. Solo dall’interno si può comprendere ciò che sta avvenendo, solo facendosi parte di ciò che sta avvenendo. «L’uomo è superiore al materiale se sa porsi nei confronti di esso con il giusto atteggiamento e non si può immaginare una misura o un eccesso delle potenze esteriori in grado di spezzare le resistenze di un cuore coraggioso». E ancora: «Da spettatori non visti, assistiamo a un’oscura parata, al corteo trionfale di una mortale volontà in cui si manifesta la spaventosa profondità della potenza».

Rappresentando la guerra, scrivendone e descrivendola, Jünger riesce a salvaguardare il suo io dall’atrocità che lo circonda. L’essere fucile e bersaglio, cacciatore e preda, diviene in lui osservazione nel momento stesso dell’azione, permette la prova e il suo superamento. «La guerra è umana quanto l’istinto sessuale: è legge di natura, perciò non ci sottrarremo mai al suo fascino. Non possiamo negarla, altrimenti finiamo divorati». Il non aver capito, farà di Fabrizio del Dongo un disadattato della vita. L’aver capito farà di Jünger un anarca in grado di guardare la realtà in faccia senza restarne vittima.

Fonte: Il Giornale