Dopo le due scosse consecutive che hanno superato i 7 gradi Richter, è pesante il bilancio dell’ennesimo terremoto che ha colpito il Giappone, stavolta nell’isola del Kyushu, forse uno dei luoghi del Sol Levante più legati alla storia giapponese, dalle origini mitologiche alle principali tappe della sua trasformazione in una grande nazione moderna. Oggi a Kumamoto e nella regione circostante si contano 45 vittime accertate, ma vi sono ancora molti dispersi. Degli oltre mille feriti, quasi duecento versano in condizioni gravissime. Ma non è tutto. A causa del doppio terremoto, dall’epicentro relativamente poco profondo – 10 chilometri sotto la superficie – e quindi molto più violento, le autorità locali e i militari delle Forze di autodifesa devono fare i conti con le necessità di decine di migliaia di sfollati, di 80.000 famiglie senza corrente elettrica, e 320.000 case senza acqua potabile. Il Giappone non è nuovo a questi cataclismi, le reazioni delle persone di fronte al terremoto, ma soprattutto la preparazione della popolazione all’evento sismico e ai danni che possono derivarne, fanno parte del Dna di ogni giapponese.

Non si tratta solo di costruire nel modo giusto, nei luoghi giusti, e con materiali adatti – difficile immaginare gli effetti che avrebbe avuto in una qualsiasi città italiana un sisma di quell’intensità – ma anche di educazione civica. Da quando si è bambini, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle strutture pubbliche, si viene preparati non solo all’eventualità di un terremoto, ma anche a incendi, inondazioni, frane. Si imparano i percorsi da fare, i sistemi per evitare il panico. In ogni ufficio, ogni impiegato ha il suo zainetto ignifugo, con casco, torcia elettrica, coltello, guanti, acqua, e il prezioso fischietto di plastica arancione. E’ obbligatorio. Anche io quando lavoravo in Giappone ne ho sempre avuto uno, posato in un angolo della stanza.

Certo, possiamo anche ripeterci che abbiamo tutto da imparare dai giapponesi, anche adesso che in Europa affrontiamo la minaccia del terrorismo. E per inciso, visto che il problema esiste, invece di proiettare i colori delle bandiere sui monumenti e disegnare cuori con i gessetti, sarebbe forse ora di insegnare alle persone come comportarsi in caso di attacco. Ma il problema oggi è un altro, ed è italiano quanto giapponese. Nei nostri due paesi l’invecchiamento della popolazione, con il conseguente abbandono delle campagne, sta portando a un vero e proprio sgretolamento del territorio. E’ già chiaro che a Kumamoto, una volta passata la prima emergenza e diminuite le scosse di assestamento, il problema saranno le frane, gli smottamenti, e quindi altri danni, e si spera non altre vittime. La trasformazione delle nostre società, il suo effetto sul mondo che ci circonda, è uno dei temi più importanti che Giappone e Italia devono affrontare. Quest’anno stiamo celebrando il 150mo anniversario dei rapporti Italia Giappone, che certamente tra i nostri partner è uno dei più attivi anche in ambito multilaterale in materia di sostenibilità.

Di solito, non c’è partner migliore di chi ti conosce e ti comprende meglio. E chi ti conosce meglio è chi ha i tuoi stessi problemi. Oggi non c’è partner migliore del Giappone per fare fronte insieme alle importanti sfide che vengono dall’invecchiamento della popolazione – la cui risposta non può essere quella irrazionale dell’immigrazione senza controllo, ma piuttosto una maggiore collaborazione nella ricerca in campo medico e tecnologico, nella robotica, la domotica, la farmaceutica. L’Italia può offrire al Giappone degli spunti preziosi nel settore della “silver economy”, eccellenze nel settore del design per la creazione di prodotti rivolti ai più anziani, così come la tecnologia mirata al superamento delle disabilità. Vi sono anche ampi margini per la collaborazione tra Italia e Giappone in campo aerospaziale, per il controllo satellitare del territorio mirato alla “disaster prevention”, come anche nelle “green energy”. Forse quella che ci troveremo a fronteggiare nei prossimi anni sarà la sfida più importante per i nostri due paesi, perché è la sfida per la sopravvivenza. Affrontiamola insieme a chi ne sa qualcosa.

Fonte: Il Foglio