Confesso. L’ho presa alla larga. Ho ospitato nella mia rubrica del venerdì, a Mix24, l’intervista a Pierluigi Battista, giornalista del Corriere della Sera ma scrittore definitivo adesso con il suo libro “Mio padre era fascista”. Le domande le faceva Alessandra Fiori, lui rispondeva e io mi sono limitato a fare l’introduzione – ho descritto la passeggiata da piazza Cola di Rienzo a Roma, fino a via Ottaviano n°9, dove ha sede il rinato Msi –e poi ho fatto la chiusa, rivendicando nei saluti, ebbene sì, tutto quello stare dalla parte sbagliata. Confesso. Ho letto col petto gonfio. Non sapevo come spiegare e spiegarmi quel libro –il racconto di un figlio e di un padre, Vittorio Battista appunto – e quando su questa stessa pagina elogiavo lo straniante coraggio di Costantino della Gherardesca, un condottiero più che un conduttore tivù, continuavo a prenderla alla larga per parlare ancora del libro. Confesso. Lo indicavo in un trittico ideale con Sempre, la canzone di Mario Castellacci resa celebre da Gabriella Ferri e i Cantos di Ezra Pound per tracciare il perimetro di una poesia che solo la parte dei vinti può far gemmare, giusto corredo da offrire a Costantino a modo di biglietto da visita del mio mondo, sbagliato in ogni parte eppure vena viva –quel mondo, tutto di damnatio – se gonfia ancora in petto.
Confesso. L’ho presa così alla larga da dover sopportare una testina di mentula poi, uno col sederino al caldo in via Solferino il quale, sorvolando sul libro di Battista ha fatto pum! pum! dal sito del Corriere. Lo ha fatto al modo dei liberali – o ridicolizzare o criminalizzare – e ridicoli ai suoi occhi di testina di mentula siamo risultati io e Costantino. Ovvio, io e Costantino siamo diversi rispetto a lui, così testina, che ha fatto mostra di non capire quanto su questa pagina si parlasse a nuora per far intendere a suocera. Ha messo tra parentesi – silenziando – il fascistissimo omaggio al suo collega. Di certo per profilassi. E cautela. Confesso. Un nodo di rabbia. E l’ho presa alla larga perché certe cose non si dimenticano: Daria Bignardi che domanda ad Alessandro Di Battista “cosa si prova ad avere un padre fascista?”. Non ci si scorda neppure di Ernesto Carbone, deputato Pd, pronto a rinfacciare al deputato Cinquestelle, “z i tt o tu che hai un padre fascista”. E neppure dà pace che la vita di Piero Buscaroli –un genio vero, ebbene sì, un fascista –in una sintesi d’agenzia sia stata liquidata così: “n a z ista e antigay”.
Confesso. È tutto inutile. Ho letto una bellissima intervista a Umberto Smaila a firma di Marco Fornasir su I l G i o rnaleOff. Parlava di sé, della propria famiglia, di Fiume e delle foibe di cui non fotte niente a nessuno. Ho scorso i commenti, la maggior parte dei quali erano di questo tenore: “ehilà, Smailone, c’è ancora posto per te nelle foibe!”. Confesso. Non potendo essere fratello a Battista – lui è nella parte giusta, ed è pur sempre una distanza – lo sento come una nuora che disconosce il parentato. Non suo padre, sia chiaro, ma alla famiglia bislacca degli italiani refrattari alla profilassi e alla cautela, sì, non sa trovargli posto. Confesso. Col petto gonfio leggo e rileggo questo libro. Lo prendo di petto in ogni pagina, vengo a raccontarlo e non so spiegarmi se non con un groppo in gola. E confesso, infine. L’ho dato da leggere ai miei figli. Un posto me lo troveranno.

Fonte: Il Fatto Quotidiano