Insomma, diciamo la verità. Il ricorso governativo contro i provvedimenti formalmente urbanistici adottati dalla Regione Lombardia a proposito della costruzione di nuove moschee – e tesi nella concreta realtà a proibire ai musulmani di disporre di loro luoghi di culto e di riunione – e la successiva sentenza della Corte Costituzionale formulata nel nome del rispetto del «fondamentale e inviolabile diritto alla libertà religiosa», non potevano tardare. Era nell’ordine della cose che arrivassero entrambi: e per giunta tempestivamente. Diciamo di più. Il Consiglio regionale lombardo, che le ha adottate, non può averlo fatto – salvo casi del tutto minoritari di ingenui al suo interno – se non allo scopo di provocare quel ricorso governativo e quella sentenza costituzionale. Che ci siano lombardi, tra i politici come tra i cittadini, preoccupati per i pericoli del terrorismo o in ansia per il crescere dell’ondata migratoria, è normale e comprensibile. Che qualcuno si faccia prendere perfino dalla “sindrome della sottomissione” sull’onda del noto romanzo, può essere contestabile ma si può ancora capire. Viviamo il nostro tempo: cacciamoci in testa che ad esso non possiamo scappare; e al nostro tempo sono legati indissolubilmente questi rischi da affrontare, quindi la nascita di queste paure. Se ci immaginiamo un Consiglio regionale lombardo che, nella sua maggioranza, vuole sfidare il dettato costituzionale, accomodiamoci pure.

Ma allora i folli non sono i consiglieri che hanno votato a favore di provvedimenti che sono non solo iniqui e pretestuosi e persino comici (come ad esempio moschee che dovrebbero disporre di aree di parcheggio degne di stadi olimpionici e rispettare il paesaggio); i folli siamo noi che cadiamo nella loro trappola e che al tempo stesso c’illudiamo di nasconderci dietro un ricorso governativo e una sentenza costituzionale per aggirare una sfida-provocazione lanciata, con forse brutale sebbene civico cinismo, nel nome di un effettivo problema da affrontare: un problema nuovo, che pone a sua volta interrogativi su una realtà che stiamo oggi vivendo e che il legislatore costituzionale di sessant’anni fa non poteva essere in grado di prevedere. In altre parole: i consiglieri regionali lombardi hanno ritenuto opportuno sollevare un problema di portata nazionale, anzi europea e mondiale. E lo hanno fatto in modo dirompente per esser sicuri che fosse efficace. Va da sé che non si può vietare ai musulmani di avere le moschee, come non si può vietare ai cristiani di avere le loro chiese, agli ebrei le loro sinagoghe, ai buddhisti e agli Hare Krishna di avere i loro templi e ai massoni le loro logge. Personalmente, credo che sia illecito perfino vietare ai satanisti di avere i loro luoghi di culto: quanto meno, se esistessero congreghe di satanisti seri, non di vecchietti libidinosi o di ragazzini fatti di droga. Così come ritengo sia obiettivamente anticostituzionale, proprio nello spirito della Costituzione – che difatti la denomina pudicamente “clausola transitoria” – la norma che vieta la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista. Oggi, come allora, resta valido il principio adottato dall’Editto di Milano (noto anche come Editto di Costantino) risalente al 313 dopo Cristo: sono lecite tutte le fedi – e quindi sono anche ammissibili i loro luoghi di culto – a patto che la loro attività si svolga nei limiti della legge. Punto e basta. D’altronde, ormai ci sono decine di migliaia di cittadini italiani, non solo di recente acquisizione, che sono musulmani: l’Islam è la seconda fede religiosa nel Paese dopo la cristiano-cattolica: impedendo ai musulmani di avere le loro moschee lediamo i diritti non solo di ospiti ed emigrati (e sarebbe comunque grave), bensì anche quelli di connazionali a tutti gli effetti. Questo, solo questo è il problema. Dal quale derivano due domande.

Prima: una moschea è davvero razionalmente sospettabile di poter divenire un luogo di aggregazione di terroristi e di estremisti, e lo è tanto da costringere i governanti di una società civile in uno stato di diritto di privare una parte dei loro cittadini o anche di ospiti stranieri di un suo elementare e fondamentale diritto? Secondo: una misura discriminatoria di questa portata è, al di là della sua fondatezza sul piano della legalità e della legittimità (e tale fondatezza, diciamolo chiaro, non sussiste né può sussistere), opportuna sul piano pratico? In altri termini: conosciamo tutti la gravità del cosiddetto “stato d’eccezione”: è il caso di fondare un precedente di questo tipo? La risposta alla prima domanda deve fondarsi non sulle impressioni, sulle opinioni e peggio ancora sui pregiudizi e sull’arbitrio, bensì sulle evidenze che risultano dai fatti e dalle indagini attendibili e inoppugnabili. La nostra esperienza e la casistica finora emersa ci dice che, di fatto, non si è mai dimostrato che una moschea in Italia fosse centro di propaganda estremistica o di reclutamento terroristico. I sospetti, le denunzie, i pregiudizi, le chiacchiere da bar dello sport sono una cosa: i fatti sono un’altra. Monitorarle con Tv a circuito chiuso o altro? Chiedere che almeno in parte la pronunzia dei sermoni sia fatta in italiano, premesso che anche i diritti di chi viene da fuori e deve ancor imparare la lingua vanno rispettati? Sono misure plausibili, che visti i tempi in cui viviamo possono venir prese in considerazione. Pregare è un diritto: e non c’è diritto che non abbia limiti e che non debba accettare condizioni.

La risposta alla seconda domanda è logicamente collegata alla prima. Se partiamo dal principio che i musulmani siano tutti dei sospettabili – per quanto esso sia di per sé aberrante e ripugnante – ne consegue che sia lecito controllarli. Il conoscere i loro centri di aggregazione, il poterli ubicare e circoscrivere, risponde alle necessità di un controllo ragionevolmente efficace. L’alternativa è il non sapere se, né quando, né come, né in quanti si riuniscono: è l’invitarli alla dispersione apparente, alla segretezza, alla dissimulazione: con l’aggravante d’instillare in loro la vera o falsa coscienza di sentirsi vittime e martiri; di alimentare quei motivi di rancore che, giusti o sbagliati che siano, stanno alla base dell’estremismo e del terrorismo. La normativa lombarda antimoschee non è costituzionale né sostenibile. È ridicola nel suo dettato pseudourbanistico, sbagliata nel suo scopo repressivo. Ma risponde a un problema obiettivo ed effettivo: oggi, per motivi storici e politici legati alla contingenza nella quale viviamo, una moschea non è di per sé (o comunque non è sentita) un luogo di culto come gli altri. Còmpito dei nostri governi e anche nostro in quanto società civile non è il fondarsi su un’eccezione per instaurare un’ingiustizia, bensì riconoscere che l’eccezione esiste, valutarne peso e portata, studiare le misure da prendere per ricondurla a una norma civicamente accettabile. Le moschee sono un diritto dei musulmani; la sicurezza è un diritto di tutti. A noi il rendere possibile la compresenza di questi due inalienabili diritti.

Fonte: Il Messaggero