Dai e dai, a forza di usarlo come spauracchio, di agitare la minaccia degli hacker, di preconizzare la fine del mondo con l’ascesa di Donald Trump alla Casa bianca, è finita che le elezioni Usa le ha vinte davvero Vladimir Putin. Come ha scritto a elezione conclusa il New York Times, un altro dei tanti giornali pieni di super-esperti faziosi da far pena e comunque incapaci di vedere quanto di clamoroso avevano sotto gli occhi, “Trump promette di rovesciare l’ordine mondiale”. Ora, in che cosa consiste questo famoso ordine mondiale? Nella progressiva distruzione del Medio Oriente? Nella ferrea alleanza con i Paesi che più promuovono e finanziano il terrorismo islamico? Nella crescente tensione con la Russia? Nel prendere un premio Nobel per la Pace e poi bombardare sette Paesi? Nel mettere l’intelligence più potente e costosa del mondo (gli Usa hanno speso oltre 500 miliardi di dollari tra il 2001 e il 2014 per diciassette diverse agenzie di sicurezza e spionaggio) al servizio dei caccia sauditi che bombardano le scuole e i mercati nello Yemen? Dicci, per favore, grande e scopiazzato New York Times, che cosa intendi esattamente per ordine internazionale? O lo vogliamo chiamare disordine programmato? È ovviamente troppo presto per dire se Trump, in politica estera, farà disastri o meraviglie. Ma il rifiuto preventivo di prendere in serio esame le sue posizioni è uno dei fattori che hanno contribuito a rendere questa vittoria incomprensibile ai soliti noti ma perfettamente naturale per la maggioranza degli americani. I quali, a quanto pare, si fanno la stessa domanda che da anni si fa Putin: perché il mondo deve avere un modello unico, quello americano? Perché non riconoscere che sul pianeta esistono popoli diversi con storie diverse che portano (in politica, nella cultura, negli orientamenti sociali) a risultati diversi? E perché queste diversità non possono convivere? Nel discorso di accettazione della vittoria, Trump ha detto:

«Metteremo sempre gli interessi dell’America al primo posto ma saremo disponibili a collaborare con gli altri popoli e le altre nazioni».

In un vecchio discorso del 2000, intitolato “The America we deserve” (“L’America che meritiamo”), Trump disse:

«Il gioco è cambiato dall’epoca della guerra fredda. L’epoca dei giocatori di scacchi è finita, è arrivato il tempo degli uomini d’affari. Un uomo d’affari […] mette costantemente al primo posto l’interesse dell’America, sapendo però tenere in conto gli opposti interessi delle altre nazioni».

Brutale, molto trumpiano. Spogliato dal folklore, questo discorso ha però il pregio grande del realismo. Vuol dire che questo non è più il mondo della “esportazione della democrazia”, la strategia di espansione globale lanciata dagli Usa di George Bush Senior un minuto dopo il crollo del Muro di Berlino e rimasta in vigore fino agli ultimi giorni di Obama, ma è un mondo ormai multipolare. Un mondo dove tu puoi anche essere l’unica superpotenza rimasta e avere la forza per far passare i guai a tutti, ma sei circondata da Paesi che hanno una storia e un orgoglio e non sono più disponibili e firmarti cambiali in bianco. La Russia, la Cina, certo. Ma a volte bastano un Iran, una Turchia, un Egitto, un Brasile, un Venezuela. Cuba. Per certi versi anche Israele. Che fai, bombardi tutti? Ti inventi una rivoluzione colorata al mese? Continui a spendere tra 4 e 6 mila miliardi di dollari (calcoli di Linda Bilmes, economista di Harvard) per portare la guerra in Afghanistan e in Iraq?

Il trumpismo rampante ha innegabili venature razziste (il muro al confine con il Messico, il bando all’ingresso negli Usa dei musulmani) e una sporta piena di semi di instabilità (la revisione dei trattati commerciali internazionali e dei criteri di distribuzione dell’aiuto americano all’estero) ma anche, se si vuol essere obiettivi, una potenziale carica innovativa che merita di essere messa alla prova. È davvero così stravagante chiedere all’Europa di sviluppare una propria politica di sicurezza, se ne sente la necessità? Siamo proprio convinti che una limatina alle unghie della Nato, ormai diventata mero strumento della politica estera Usa di espansione globale e, in quanto tale, generatrice di tensioni piuttosto che strumento dissuasore dei conflitti, sia un’idea tanto sbagliata? Perché immaginare di collaborare con la Russia invece di prendersi a craniate dovrebbe essere una sconfitta? Come tutti i presidente americani, a cominciare da Barack Obama, anche Donald Trump farà ciò che gli lasceranno fare. Vedremo. Ma andiamoci piano, almeno, a chiamare populismo ciò che lui e la maggioranza degli americani oggi pensano. Come tutti gli altri, anche loro sono convinti che “America first”, l’America viene prima di tutto. Ma se non altro si rendono conto che anche gli altri pensano la stessa cosa: Russia first, China first e così via. E sembrano disposti a tenerne conto. Per esser franchi, era molto più populista la strategia di prima, non a caso nota già nel primo secolo dopo Cristo agli storici di un altro grande impero, quello romano. Per definirla a Tacito bastò una frase: Desertum fecerunt desertum et pacem appellaverunt. Alla Clinton, per applicarla alla Libia, sono occorse migliaia di mail ma il risultato è stato quello.

Fonte: Linkiesta