Si cominciava da ragazzini, sdraiati sul tappeto di casa, una carta geografica squadernata davanti, la fuga e l’avventura, lo sconosciuto e il meraviglioso a portata di mano e di immaginazione. I libri facevano il resto, in un’età in cui si attraversa la letteratura come fosse un campo di battaglia che più conquisti e più ti sfugge, percorso a passo di carica e menando fendenti, ovvero un volume dietro l’altro, senza troppo preoccuparsi delle conseguenze, la quantità, la qualità, la mole, i luoghi e il tempo… È allora che intuisci che viaggiare ti raddoppierà, ti triplicherà la vita, perché poi una vita non basta e non fai in tempo a viverla che è già finita, mentre il viaggio consegna sempre un nuovo «io» in un mondo nuovo, moltiplica le maschere, autorizza i travestimenti, celebra la molteplicità dei ruoli, rimanda a un «io» diverso e migliore, rimasto inespresso e però reale. È allora che capisci che il viaggiare fa per certi versi di te un fuorilegge, ti mette cioè di là dall’ordine costituito: non ha altro scopo che il tuo piacere, sceglie le amicizie, così come le mete secondo logiche che non hanno a che fare con il profitto e con il prosaico tornaconto, mescola le classi sociali, preferisce le affinità elettive alle chiese politiche. «Meglio gangster che borghese» dice fra sé il giovane Ernst Jünger quando cerca in Africa l’ignoto che la Germania guglielmina del suo tempo non può dargli. Che lo cerchi invano, nulla toglie alla nobiltà dell’impresa e, divenuto grande, sarà lo stesso Jünger ad accorgersi che «ogni viaggio dev’essere in fondo un pellegrinaggio». Se così non è, rimangono

«accumuli di immagini con i quali riempire il proprio foro interiore come un album illustrato, dannoso perché l’io risulta disperso. Quei viaggiatori che da spettatori all’erta si trasformano in raccoglitori di istantanee e attraversano il mondo come ciechi, non ci danno l’evidenza di una mediocre caccia alle immagini?»

Adesso che il mondo ci si è ristretto addosso, guardiamo sconsolati luoghi ove facemmo ancora a tempo ad andare e oggi risultano spianati dal terrore, abitati da un pericolo gratuito perché imprevedibile. Ci accorgiamo che quando il mondo era ancora da mappare, c’era agio di movimento, mentre oggi che è tutto mappato e conosciuto d’improvviso torna a essere impercorribile. In teoria potremmo andare dappertutto, ma la realtà ci ricorda che non è più così. È anche per questo che l’epoca di quando viaggiare era un piacere risuona per noi come fosse una campana a morto: ci ricorda una certa idea di bellezza, una certa idea di stile, lo snobismo e il dandismo con tutto il loro corredo romantico, ma anche triviale, un «come eravamo» che non tornerà più. Nell’Europa fra le due guerre sarà Paul Morand a coniare per sé quell’etichetta di «vagamondo» destinata del resto a calzargli a pennello: indicava un modello e un modo di viaggiare e di scrivere, la rapidità dei movimenti e la freschezza dello sguardo, la consapevolezza che il reale è sempre più avvilente di ciò che ci si porta dentro e l’unico modo di esorcizzarlo è far risuonare le voci interiori, entrare in sintonia con chi le consacrò. Il Novecento porta alle estreme conseguenze quello che un secolo prima Chateaubriand aveva intuito rivoluzionando la letteratura di viaggio fino ad allora egemone: relazioni, esplorazioni, geografia, flora e fauna, il viaggiatore come specialista, sapiente o scienziato.

È lui a mettere lo scrittore e il suo stile in primo piano: parlava di sé, sensazioni, emozioni, l’esplorazione del proprio io a petto di ciò che lo circondava. È il primo a intuire che il viaggio scientifico, didattico e esplorativo ha sotto quel profilo i giorni contati: appartiene al passato, sopravvive nel presente, ma non metterà il proprio sigillo sul futuro. La narrativa di viaggio contemporanea nasce allora: i Bouvier, i Leigh Fermor, i Thesiger, i Chatwin, i Dalrymple, i Thubron, sono figli suoi. L’inizio del XXI secolo sembra indicarci che ciò che ancora nel Novecento era possibile, perché immaginabile, va irrimediabilmente scomparendo. Corto Maltese era frutto del talento visionario di Hugo Pratt, ma aveva dietro di sé la mitologia salgariana, la vita vissuta del «pirata bianco» Henry de Monfreid, incrociato da Pratt bambino in Africa Orientale, la lezione conradiana di un Lord Jim depurato dal disonore. Ma quella che era avventura allo stato puro e insieme avventura esistenziale appare oggi impraticabile: la modernità tecnologica rende pressoché impossibile la fuga nell’altrove, la globalizzazione annacqua e/o annulla ogni possibile altro da sé, trasformandolo in un meticciato sempre più violento e sempre più insensato. Ferita a morte è così la stessa estetica del viaggiare, quella che si portava dietro una visione del mondo non militante né settaria, in fuga dal progresso, dal suo mito e dalla sua palingenesi. Una visione del mondo che celebrava nelle diversità l’alterità propria e quella altrui e dove il «trafficare con l’ignoto» altro non era che il cercare di fare luce dentro se stessi. Siamo entrati nel nuovo secolo a lume spento e la bellezza si fa terribile e sempre più difficile.

Fonte: Il Giornale