Da quel 1983, io ho capito che quadri e sculture potevano essere più convenienti e divertenti del libro più raro, incrociando, in modo del tutto inaspettato, un capolavoro assoluto come il San Domenico di Niccolò dell’Arca, artista di leggendaria unicità, e arrivando alla conclusione che non avrei (…)(…) più acquistato ciò che era possibile trovare, di cui si poteva presumere l’esistenza, ma soltanto ciò di cui non si conosceva l’esistenza, per sua natura introvabile, anzi incercabile.La caccia ai quadri non ha regole, non ha obiettivi, non ha approdi, è imprevedibile. Non si trova quello che si cerca, si cerca quello che si trova. Talvolta molto oltre il desiderio e le aspettative.

Da quel momento avrei cercato e voluto soltanto ciò che non c’era. Questo è il divertimento ed è il mistero del collezionismo: l’interesse per ciò che non c’è. Una storia iniziata trent’anni fa: così sarei entrato in un mare grande, in una storia di continui incontri, infinite eccitazioni, seguendo l’impulso di un dongiovannismo collezionistico, di cui è diventato il Leporello, compilando il catalogo, Pietro Di Natale. Nel percorso avrei incrociato nuovi cavalieri, desiderosi di affollare le loro stanzette, di anime armate, tra horror vacui e cupio dissolvi: Gimmo Etro, Pierluigi Pizzi, Federico Cerruti, Michelangelo Poletti, Roberto Lauro, e Luigi Koelliker, con più frenesia di altri. Ho desiderato molti oggetti, molte sculture e dipinti che non ho avuto; ma molti altri ho avuto senza volerlo e senza cercarli. Mi sono venuti incontro, o mi sono stati favoriti dalla complicità di mia madre, appostata nella casa di Ro a un telefono collegato con tutto il mondo per non mancare un Lotto che, qualche volta, era Lotto stesso, in un’occasione straordinaria e imperdibile. Così, nel corso di più di trent’anni, è nata una collezione idealmente senza confini, aperta a molte curiosità coincidenti con temi di studio sperimentati e altri del tutto nuovi, in una frenesia di ricerca favorita dalla sorprendente imprevedibilità del mercato.Si vedrà qui, dalla scelta per la prima occasione pubblica italiana a Osimo, dopo le tappe spagnole di Burgos e di Caceres e di Città del Messico.

Dagli artisti del Rinascimento a quelli barocchi, con una varietà sorprendente e una selezione di qualità molto alta, anche con acquisizioni da musei americani come il Ritratto di Francesco Righetti di Guercino dal Kimbell Art Museum di Forth Worth e la Santa Caterina da Siena con Gesù Bambino del Sassoferrato dal Cleveland Museum of Art. Al primo si affianca ora l’inedito Ritratto di uomo, forse ancora un giureconsulto, di Luciano Borzone, di sconvolgente immediatezza e realismo, quasi velazqueziano, a dare la misura di una statura del pittore genovese non ancora riconosciuta. Eccezionali anche i due grandi teleri di Pietro Liberi provenienti da palazzo Lovatelli Dal Corno di Ravenna; o la paletta di Giovanni Francesco Guerrieri dal palazzo Gasparini di Mercatello sul Metauro. E ancora il Ritratto del marchese Francesco Orsini dei Cavalieri, vistosamente firmato e datato 1671 sul retro; i sensuali nudi femminili di Artemisia, Cagnacci e Morazzone; la serie degli Stern; la varietà di sculture di ogni epoca, documentate o firmate. Molte delle opere esposte si vedono per la prima volta, altre sono state in mostre in ogni parte del mondo, anche con denominazioni eponime, come i Taccuini Sgarbi di Felice Giani. Di alcune di queste si sono scoperte, in occasione della mostra, illustri provenienze. Avvistai un dipinto, molti anni fa, ritrovato a Firenze dal raffinato e discreto mercante Peter Glidewell. Nessun problema a identificarne l’autore nel pistoiese Giacinto Gimignani, interprete a Roma di un ritorno all’ordine che voltava definitivamente le spalle alla realtà caravaggesca, nel punto esatto del definitivo esaurimento della straordinaria influenza del grande lombardo, alla fine del quarto decennio. La tradizione del classicismo era rimasta ben viva in Domenichino e Pietro da Cortona, ai quali Gimignani guardava con rigorosa fedeltà, dopo essere arrivato venticinquenne a Roma nel 1630.

Due mondi convivono in quegli anni, reale e ideale; e alla fine il secondo prevale. Tant’è che nel classicismo composto e severo di questo dipinto io avvertivo anche l’ammirazione per Poussin, in una rinnovata esaltazione della grandezza di Roma antica, attraverso un’impostazione neorinascimentale nell’ampio spazio lasciato all’architettura. In parallelo alla produzione da altare, Gimignani adornò «con li suoi belli dipinti le migliori gallerie d’Italia» (Pio 1724). Tra questi è da contemplare la notevole opera, ancora inedita, firmata e datata 1639. Essa, di eletto formato, costituisce un prezioso ritrovamento anche perché, grazie alle ricerche di Pietro Di Natale, possiamo identificarla con il «quadro p Sopraporto di grandezza di p.mo 6 1/2» raffigurante «S. Paolo che resuscita Un Morto con altre figure Mano di Giacinto Gimignani», registrato con il pendant tra i beni mobili del cardinale Antonio Barberini junior, il 9 agosto 1671, sei giorni dopo la sua scomparsa. Il dipinto, ma senza l’indicazione dell’autore, era già presso i Barberini nel 1644, nel palazzo alle Quattro Fontane. Il rapporto tra il Gimignani e Antonio Barberini senior, fratello di Urbano VIII, era iniziato nel 1634, quando il pittore abitava nella sede di Propaganda Fide di cui il cardinale era responsabile. La data 1639 fissa l’esecuzione al tempo in cui Gimignani abitava in via Rasella, brulicante di presenze francesi (tra cui Pierre Mignard, documentato con alcuni connazionali in via della Madonna di Costantinopoli), in prossimità della «reggia» dei Barberini. Il classicissimo Miracolo di san Paolo è un documento notevole della prima maturità del pittore, e ne conferma esemplarmente e programmaticamente la vocazione e la scelta «idealistica».Tra le più clamorose scoperte ce n’è una, assai recente, che restituisce la sensazione di un miracolo, come quando, poco dopo la morte di mio zio, Bruno Cavallini, nel 1984 mi apparve il San Domenico di Niccolò dell’Arca. Non diversamente, in corrispondenza con la morte di mia madre, Rina Cavallini, il 3 novembre del 2015, si è materializzata un’altra opera del grandissimo scultore: un’aquila in terracotta modellata con impeto e vigore, proprio come l’aquila di San Giovanni in Monte concepita da Niccolò nel 1478, di cui appare una prima idea. L’acclarata origine bolognese, per la provenienza da una collezione storica, e l’affinità, sia pure con un modellato più abile, con l’aquila sotto il finestrone dell’Alessi a fianco dell’ingresso di palazzo d’Accursio, attribuita tradizionalmente a Michelangelo, lasciano intendere la straordinarietà del ritrovamento.

L’inserimento di due aquile sotto la finestra, di evidente diversa fattura, non presuppone che esse siano coeve all’architettura dell’Alessi, in relazione con il vicelegato Girolamo Sauli, cui fa riferimento l’iscrizione, marcando il tempo della collocazione piuttosto che dell’esecuzione. Aprire la mostra con una delle ultime acquisizioni, e di tale rilievo, è il miglior augurio di un grande volo per la fondazione dedicata alle famiglie di mio padre e di mia madre

Fonte: Il Giornale