Il sangue di Rouen scorre sullo sfondo delle contraddizioni occidentali, di un Medio Oriente in disgregazione e di un delirio terroristico generazionale e nichilista con impresso il marchio dell’Isis, destinato a durare forse oltre la fine del Califfato. Per la prima volta vengono colpiti un sacerdote e una chiesa, con una connotazione religiosa che attacca la libertà di culto, come del resto avviene quotidianamente in Medio Oriente, dove il cristianesimo è nato e rischia di scomparire. Rouen potrebbe essere una svolta inquietante.

La guerra di Siria per l’Europa sta svolgendo in maniera lacerante il ruolo anche ideologico che ebbe l’Afghanistan negli anni 80 nel mondo musulmano: il ritorno degli ex mujaheddin in patria segnò l’inizio del terrorismo islamico diffuso; ora gli ex jihadisti europei di ritorno – 10mila foreign fighters, 5mila rientrati di cui 1.800 nel continente, secondo Europol – costituiscono una minaccia destabilizzante. Per individuarli con gli infiltrati e catturare i candidati alla jihad Londra ha investito due miliardi di sterline.

Ma questa volta ci sono alcune novità, rispetto all’epopea dei mujaheddin, allora acclamati come eroi e poi definiti dei “barbari” quando si arruolarono in Al-Qaeda. Non c’è più bisogno di essere un reduce, basta Internet per entrare nell’Isis virtuale e alimentare una mitologia mortale intercettando le reclute dell’orrore. La questione chiave è che in Afghanistan i mujaheddin (40mila arabi) costrinsero al ritiro l’Armata Rossa, mentre i jihadisti, dopo l’intervento russo, hanno perso la guerra per abbattere Assad e con loro gli americani e gli europei che hanno continuato a ripetere che il presidente siriano se ne doveva andare. Contro il Califfato si combattono due guerre molto diverse: in Iraq la coalizione è a guida americana, in Siria russa, con un fronte arabo-curdo sostenuto dagli Usa. Mentre la Turchia fa la guerra soprattutto ai curdi e sostiene con sauditi e qatarini i jihadisti di Al Nusra-Al Qaeda, che gli americani vorrebbero usare in chiave anti-Iran per sostenere gli alleati sunniti come Riad, tra i finanziatori della campagna della Clinton: alle perversioni non c’è mai fine. Questi in sintesi sono i conflitti alle nostre porte che generano profughi e terrorismo.

Europei e americani continuano a far finta di niente ma hanno perduto un capitolo della guerra in Medio Oriente e ne pagano le conseguenze geopolitiche e interne. Se gli Usa e Hollande avessero bombardato nel 2013 Damasco, come promettevano, forse avrebbero spianato la strada ai gruppi jihadisti e oggi scriveremmo una storia diversa. Poco è mancato invece che il 15 luglio per un colpo stato poi fallito Erdogan precedesse Assad nella caduta: è la Turchia, con 24 basi Nato, che ha aperto con il consenso occidentale l’autostrada della Jihad per attuare il cambio di regime a Damasco, alleato di Mosca e dell’Iran. Ankara ha concesso la base di Incirlik per bombardare l’Isis solo dopo un anno di trattative. Ecco come abbiamo fatto la guerra al Califfato.

Da dove potranno tornare i jihadisti e foreign fighters se l’Isis venisse sconfitto? Le chance per controllare il flusso vengono dagli esiti dell’incontro del 9 agosto tra Erdogan e Putin perché tra Ankara e gli Usa le relazioni sono ai minimi storici. L’Europa deve fare attenzione: il leader turco insiste che Bruxelles rispetti l’accordo sui migranti e mandi i quattrini promessi al più presto perché sa come farcela pagare. L’accordo sul nucleare iraniano del 2015 non ha fatto che aumentare le frustrazioni dei sunniti che speravano di ritagliarsi uno stato tra Siria e Iraq e spartirsi le spoglie con i turchi: Riad si è lanciata in una guerra fallimentare in Yemen contro gli sciiti e ha decapitato in un solo giorno 42 oppositori, tra cui un imam. Un clima avvelenato dal settarismo che l’Isis strumentalizza e allarga alle altre confessioni religiose. I jihadisti sgozzano i preti mentre i sauditi tagliano teste legalmente ma sono tollerati perché comprano armi e investono sui nostri mercati.
I primi, come i terroristi nati ed educati in società democratiche e pluraliste, odiano il nostro stile di vita e vorrebbero distruggerlo, i secondi lo usano a loro piacimento finanziando il radicalismo. Sono in molti, da Occidente a Oriente, che si dovrebbero raccogliere in silenzio davanti alle vittime di Rouen

Fonte: Il Sole 24 Ore