Chi deve combattere il terrorismo e come? In primo luogo gli stessi Stati musulmani, sembra banale ma non è così. La Turchia, membro della Nato, è stata complice dell’Isis e ha acquistato petrolio dal Califfato; le monarchie del Golfo e l’Arabia saudita sostengono da decenni le versioni più retrograde dell’Islam, anche di quello radicale, formando i predicatori più estremisti; il Pakistan ha creato i talebani e tollerato Al-Qaeda: Osama bin Laden è stato ucciso da un commando Usa ad Abbottabad, il Mullah Omar è morto in ospedale a Karachi.
Si favorisce l’Isis negandone l’esistenza e con politiche di repressione indiscriminata, come fa il Bangladesh della signora Sheik Hasina che ha arrestato 10mila persone in pochi mesi facendo fuori, più che jihadisti e islamisti, l’opposizione che gli dava fastidio. Il governo di Dacca ancora qualche settimana fa dava la colpa a Israele delle ondate di violenza islamista nel Paese ma i terroristi sono tutti bengalesi ed espressione della borghesia acculturata.

Non deve troppo stupire: sono le élite istruite che hanno dato il via al revival della Jihad. Le masse poi hanno seguito, magari schiacciate da avanguardie violente. È accaduto in diversi Paesi musulmani anche se sotto forme diverse, dal Pakistan all’Algeria, ovunque il radicalismo salisse sul pulpito di una moschea. Con l’Isis si fa il salto di qualità. Lo Stato Islamico ha dimostrato in questi anni di adattarsi a ogni di tipo di contesto, politico e militare, un’organizzazione che con il suo marchio ha arruolato dai jihadisti afghani di lunga data ai ceceni, dagli ufficiali di Saddam agli ex gheddafiani. È questo il “segreto” del successo insieme alla propaganda sul web: sa insinuarsi anche in contesti lontani da quelli originari e fa proseliti in concorrenza con Al-Qaeda perché privilegia l’azione sull’ideologia.

L’Occidente a sua volta deve evitare “guerre sbagliate” con alleati sbagliati, quelle che disgregano intere aree del mondo, dall’Iraq alla Libia. Il caso iracheno con l’invasione del 2003 è eclatante. A Baghdad ci sono appena stati 200 morti per autobombe rivendicate dall’Isis, nato peraltro in Iraq da una costola di Al-Qaeda. Ma cosa hanno fatto gli americani dopo il ritiro da Baghdad? Nel 2014 hanno guardato l’esercito iracheno liquefarsi davanti ai jihadisti senza muovere un dito, come se la faccenda non li riguardasse, lasciando che il Califfato scavasse una sorta di stato sunnita in mezzo alla Mesopotamia in concorrenza con gli sciiti.
L’attenzione di Washington l’anno prima si era puntata sulla Siria, rinunciando all’ultimo momento nel settembre 2013 a bombardare Assad insieme ai francesi. Forse il brutale regime alauita sarebbe potuto cadere e magari gli islamisti avrebbero fatto colazione sulle colonne romane di Damasco, come è poi avvenuto a Palmira. Si è preferito invece lasciare il “lavoro sporco” di abbattere Assad alla Turchia, al passaggio dei miliziani dall’”autostrada della Jihad” finanziata da Arabia Saudita e Qatar. Finché non chiariremo i rapporti con questi Paesi, investitori e clienti “pesanti” nelle nostre economie, non andremo molto lontano. Ma c’è la volontà di farlo?

In realtà gli Stati Uniti vogliono evitare di prendere posizione nella guerra dentro all’Islam che riguarda sciiti e sunniti e lo stesso universo sunnita. Dopo l’accordo sul nucleare con Teheran stanno ancora boicottando gli affari con l’Iran e aspettano di mettersi d’accordo con la Russia su come salvare la faccia alle potenze sunnite che stanno perdendo la guerra siriana. Senza farsi illusioni, perché non basterà a mettere sotto controllo il terrorismo. La sconfitta dell’Isis non sarà la sua fine, come dimostra il passato a partire da Al-Qaeda e dalla guerra in Afghanistan degli anni 80 che ha formato la prima generazione di jihadisti: quelli erano “i nostri eroi” che riuscirono a vincere l’Armata Rossa, dopo i loro fucili li hanno puntati contro di noi. Una lezione della storia recente da non dimenticare.

Fonte: Il Sole 24 Ore