I giornali, stando alle statistiche, vendono sempre meno, però sono sempre più divertenti. Leggerli e sghignazzare è una cosa sola. Ti consentono di scoprire quanto sia immensa la stupidità umana, pari soltanto a quella di chi racconta seriamente le vicende più grottesche del mondo. Ieri per esempio, La Repubblica ha pubblicato in prima pagina un articolo che svela a quale punto siamo arrivati. Titolo: «Bisogna punire chi spreca il nostro cibo». Sommario: «Presto in Italia una legge per insegnare il risparmio alimentare». Il testo non è digestivo, ma non si può evitare di mandarlo giù. Secondo la Fao lo spreco alimentare ha superato il 35 per cento della produzione totale. Mettiamo che sia vero, benché non si capisca come sia possibile fare un calcolo simile. Significa che tanta gente ha i soldi per comprare molta roba da mangiare, ma, non avendo fame, non ce la fa a mandarla giù tutta. Per questo motivo andrebbe punita e, allo scopo di fustigarla, sarebbe invece necessario approvare una norma del codice che stabilisca l’entità della pena? Quante frustate? Quanti giorni di galera se la sera, finita la cena, ti avanza un terzo di pollo arrosto e, all’indomani, non ti va di divorarlo? Si fa presto a dire diamo addosso a chi, inappetente, lascia nel piatto metà della costata alla fiorentina acquistata dal macellaio e cucinata dalla moglie o dalla filippina, visto che le consorti abilitate a stare ai fornelli sono una minoranza risibile. In pratica, come si fa ad accertare e provare il reato di mancata assunzione del cibo? E come si fa a valutare la volontarietà o no del reato medesimo? Siamo di fronte a un dilemma. Se entri in salumeria per comprare del prosciutto che ti piace tanto, quanto ne ordini? Un etto e mezzo? Mentre l’affettatrice gira, nel timore di eventuali sanzioni, vorresti dire al salumiere che ne bastano 50 grammi; però soccombi all’abitudine e ne chiedi cento, anche per non rischiare la figuraccia del taccagno. Tra l’altro sei stato suggestionato dalla pubblicità commerciale e politica, che da anni ti raccomanda di incrementare i consumi, e non osi ordinare la mezza porzione. Vabbè, un etto. Una volta a tavola, potendo addentare altri cibi, dopo due bocconate di prosciutto non ne puoi più e lo abbandoni. Non sei in grado di abbuffarti nemmeno sapendo che nell’armadietto hai a disposizione due confezioni di Alka-Seltzer. Comunque sei assalito da un senso di colpa e dalla paura di essere scoperto quale individuo dedito allo spreco di alimenti.

Idea! Il salume avanzato quasi quasi lo do al gatto. Soluzione impraticabile: non hai in casa manco un micio. E allora? L’alternativa è rifilare quel prosciutto alla vicina che, al contrario di te, ospita un soriano di dimensioni leonine. Ma la prudenza non è mai troppa. Metti caso che la suddetta vicina mi denunci quale sperperatore di salumi? Meglio evitare. E accartocciare i residui suini, infilarli nella borsa e l’indomani, con aria indifferente, gettarli nel cassonetto, sperando che un vigile urbano non ti sorprenda in flagranza di reato. Sarebbero guai. A questo si vuole arrivare? La legge che consentirà di infierire su chi mastica meno del dovuto minaccia di mandarci tutti in galera. Guai a tenere in frigo una mozzarella scaduta o una gamba di sedano appassita: trattasi di delitto perseguibile. Udite il tintinnio delle manette? Ecco, regolatevi, delinquenti potenziali. Alcuni lettori, ingenui, so già che meditano di pasteggiare al ristorante. Illusi. Saranno condannati a non abbandonare sulla fondina uno spaghetto che sia uno, altrimenti saranno schiaffeggiati dal cameriere o, peggio, segnalati quali criminali alla procura della Repubblica. Gli obesi, invece saranno portati in trionfo: costoro sì che sanno stare al mondo. I magri, per non dire degli sdutti, verranno invece osservati dalla polizia alimentare. O ti riempi lo stomaco strafogandoti, o sarai fottuto. Sempre ieri, cambiando discorso ma rimanendo in ambito digestivo, sul Fatto quotidiano abbiamo letto un’altra notizia allarmante. In un pezzo scritto da Selvaggia Lucarelli, si apprende che il best seller del momento è un libro di un’autrice tedesca: L’intestino felice. Oltre centomila copie vendute. La scienziata tedesca Giulia Enders, che ho la fortuna di non conoscere, informa che oltre a saper mangiare nelle quantità consigliate dai proponenti la legge sopra commentata, bisogna imparare a defecare come Dio comanda. E qui mi arrendo. Avanti di questo passo, alla faccia della libertà, le supreme autorità culturali e istituzionali ci imporranno, oltre a quanto mangiare e a come cacare, di indossare la maglietta della salute e di lavarci i denti rispettando i dettami ministeriali. Non siamo più padroni neanche del nostro corpo, dei nostri vizi e delle nostre scatole, che ruotano vorticosamente e nessuno ce le può fermare.

Fonte: Il Giornale