Gli storici sono, in genere, cattivi profeti: specie quando temono di dir cose che potrebbero farli passare per altrettante Cassandre. D’altronde, quando andava di moda un certo determinismo comunque déguisé (magari travestito da mediocre storicismo) tentar qualche cauta profezia era più facile e comunque più ammissibile: per quanto, poi, si dovessero affrontare delusione e disincanto perché non se ne indovinava mai una.

Ma se ciò è vero per gli “storici” di professione, vale a dire per gli studiosi, va meglio nel campo della politica o dei media? Non sembra proprio. Andatevi a rileggere, a riascoltare o a rivedere quel che in quei due àmbiti si diceva in un recente o addirittura recentissimo passato, all’indomani del fatidico 11 settembre 2001 o alla vigilia dell’aggressione all’Afghanistan oppure di quella all’Iraq di pochi mesi più tardi. Oggi si torna a parlare dell’incubo di attacchi biochimici, e senza dubbio la minaccia non può essere né sottovalutata né tantomeno ignorata, la guardia va tenuta alta anzi altissima: eppure, vi ricordate la faccenda dell’antracite e la penosa figura di Powell (il quale fra quelli della Banda Bush era fra l’altro l’ultimo a meritarla) che agita sotto il naso dei rappresentanti delle Nazioni Unite una patetica bottiglietta simile a quelle di acetone che le signore usano per le unghie. Oggi, va di moda lodar cupamente le virtù profetica di Oriana Cassandra Fallaci: eppure dovrebb’essere chiaro proprio a tutti, compreso ai Maestri di Vigevano e alle Casalinghe di Voghera, che Oriana Cassandra – alla quale io non so non pensare se non con affetto, ammirazione e riconoscenza perché ha scritto Un uomo e Lettera a un bambino mai nato – a proposito dell’Islam ha sbagliato in pieno e, con le sue pagine così dure e violente, ha causato più mali della grandine. Se c’è una cosa che ormai è chiara, specie dopo la nascita dell’IS e l’orrore del 13 novembre a Parigi, è che quello che lei descriveva come il vero e unico Islam non è, viceversa, proprio Islam per nulla: e lo dicono i musulmani per primi. Se potevano finora sussistere equivoci residui, oggi l’empia, blasfema ferocia dei terroristi ha irreversibilmente provocato all’interno dello stesso Islam, anche negli ambienti fino a ieri in qualche modo sensibili alla sirena jihadista, una risposta fondata sul disincanto.

E oggi, insomma, che fare? Le recenti stragi terroristiche sono state un atto di guerra, si dice. Probabilmente è proprio così: a patto tuttavia di accordarci bene su quel che s’intende con questa parola, così chiara sul piano filologico-lessicale eppure così ambigua su quello semiologico e antropologico. La guerra di Troia fu una guerra; lo furono anche le guerre persiane, le annibaliche, le crociate, quella dei Trent’Anni, la seconda guerra mondiale, quella del Vietnam, le due guerre del Golfo. Qual è il minimo denominatore di questi eventi tanto diversi tra loro per carattere, motivazioni, qualità, scopi, che sono tuttavia altrettante forme assunte nel tempo da qualcosa ch’è in fondo sempre la stessa, un’antichissima compagna dell’umanità?

Siamo in guerra, si dice: e quindi, à la guerre comme à la guerre. Ma attenti perché, tanto per continuar con le espressioni francesi, quella contro l’islamismo – che non è la fede islamica, bensì la sua tragica caricatura in termini ideologici, un “ismo” (al pari del fascismo o del comunismo) che tratta Dio e la religione come pretesti per una politica di potenza – è sul serio una drôle de guerre, che qui in Europa va combattuta con gli strumenti e le risorse dell’antiterrorismo, l’intelligence anzitutto, mentre nel Vicino Oriente vuol vederci per forza di cose sul terreno in quanto là, a differenza di qua, il nemico adesso rappresentato dall’IS vanta una sovranità territoriale de facto che gli va strappata: il califfo al-Baghdadi è un brigante che si comporta come se fosse un capo di stato e i suoi seguaci gli vanno sottratti uno ad uno o battendoli sul campo o convincendoli ad abbandonare la sua causa e a passare alla nostra. Perché questa è una guerra anche, anzi soprattutto ideologica, contro mujahiddin (combattenti del jihad, dello “sforzo sulla via gradita a Dio”) e foreign fighters (uomini o magari anche donne, spesso ragazzi, che all’opulento vuoto di valori offerto loro dall’Occidente cui hanno voltato le spalle hanno preferito il fiammeggiante e sanguigno orizzonte del paradiso all’ombra delle spade). Una guerra dove non basta vincere, bensì occorre anche e soprattutto convincere.

E allora attenzione. Qui da noi, che cosa vuole il califfo che ci fa colpire dagli attentati terroristici? Egli vuol costringerci ad abbandonare il ritmo della nostra usuale vita civile, a vivere come talpe in un sistema di “sicurezza” cioè di paura continua, a perder la testa per lo sgomento o per la rabbia fino a commettere gesti inconsulti: che magari si traducano in atti di guerra insensati, in una tempesta di fuoco che ci abbatta sull’area conquistata dall’IS e che, più che i suoi guerriglieri, stermini quegli innocenti irakeni e siriani che il califfo-brigante tiene praticamente come ostaggi, che magari non lo animano affatto ma che finiranno con il preferirlo ai “liberatori” occidentali se essi colpiranno alla cieca ammazzando più loro che non i miliziani, i politischen Soldaten di al-Baghdadi. Il quale di una cosa ha soprattutto bisogno: di shuhadà, di “martiri della fede” che dimostrino a tutto l’Islam sunnita in via di proletarizzazione del mondo che lui e solo lui è il rappresentante supremo del “puro Islam”: lui ben più dei re e degli emiri delle petromonarchie reazionarie della penisola rabica, fautrici della fitna antisciita ma al tempo stesso manovratrici di masse di petrodollari, giocatrici in borsa e alleate di ferro dell’Occidente: lui, oggetto unico dell’attacco combinato dei “crociati” che vengono da ovest, dei curdi sunniti sì ma tanto empi da armare perfino osceni reparti militari femminili contro di lui e degli “eretici” sciiti irakeni, siriani e iraniani.

Per affermarsi davvero quel che dice di essere, il “comandante dei credenti”, il califfo deve farci paura a casa nostra fino a indurci a perdere la testa e a rinunziare al nostro ordinario way of life e magari agli stessi valori in cui crediamo, cedendo la nostra libertà in cambio di uno straccio d’illusoria sicurezza in più; e a combatterlo sul suo terreno, sull’area che ancora controlla nel Vicino Oriente, ripetendo gli errori che già abbiamo commesso in Afghanistan e in Iraq e alienandoci le popolazioni delle quali ha più o meno il controllo ma sulle quali non esercita affatto un ampio e profondo consenso. Nella sua trappola è pesantemente caduto il presidente francese Hollande, con la sua proclamazione dello “stato d’emergenza” che ha obbedito al diktat terroristico sconvolgendo la vita civile dei francesi e ha adempito ai voti califfali con la tanto poco efficace quanto inconsulta risposta militare dei raids vendicatori su Raqqa, i quali a suo dire non avrebbero fatto vittime civili mentre hanno invece regalato al califfo la simpatìa dei familiari di esse ai quali il tiranno islamista avrà finito col sembrare migliore del democratico sterminatore alla cieca.

Serena prosecuzione della vita civile in Europa alla faccia dei terroristi assassini, guerra sul terreno vicino-orientale combattuta da noi anzitutto con l’aiuto degli alleati sunniti per dimostrare con chiarezza che al-Baghdadi non è il loro capo politico-sacrale. Questo non è affatto uno “scontro di civiltà” secondo la stantìa e sballata definizione di Samuel P. Huntington del resto ormai vecchia d’un quarto di secolo e già sballata ai suoi tempi: ma è una “guerra per la civiltà”, che occidentali e musulmani debbono combattere insieme, uniti contro un comune avversario.

Ma stiamo in campana. Lo stato-fantoccio califfale, questa barbarie senza legge (soprattutto priva di legge divina), lo batteremo. Non so quando, non so a quale prezzo: ma lo batteremo, e presto per giunta. Solo che non sarà finita. Non finirà così. Siamo ormai entrati in un tunnel dal quale non emergeremo troppo presto perché il ventre che ha partorito l’orrore del fanatismo terrorista è ancora pregno, erutterà altri mostri e poi altri ancora. Perché la sua radice non sta nell’aberrazione pseudoreligiosa jihadista, che è a sua volta un effetto anziché una causa. La radice dei mali del mondo attuale, di questo lungo e tumultuoso momento di passaggio – a dirla con Zygmunt Bauman – dalla “Modernità solida” con le sue granitiche, brutali certezze fondate sulla forza e sul profitto alla “Modernità liquida” con le sue incertezze e la sua febbrile ricerca di un nuovo equilibrio, è la profonda ingiustizia nella quale l’umanità sta affondando, l’abissale sperequazione che la domina e che ormai l’informazione globalizzata sta rendendo nota a tutti nella sua insensata insostenibilità. E’ il mondo delle oscene, insopportabili disuguaglianze lucidamente denunziate nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, la Mater terribilis, ancora e sempre mostruosamente feconda, dei mostri che stiamo affrontando e che dovremo nell’immediato futuro affrontare. E’ questa l’idra le teste della quale dovremo tagliare col ferro e bruciare col fuoco.

Non è l’Islam che ci minaccia. E nemmeno il suo perfido e ridicolo succedaneo ch’è l’islamismo. E’ contro l’ingiusto assetto del mondo, contro l’assurdo squilibrio di un’umanità divisa fra pochissimi troppo ricchi e una sterminata moltitudine di troppo poveri, che è necessario volgerci. Quello è il nemico da battere. Non si tratta affatto di esportare la “democrazia”, come alcuni sostennero nel 2003 all’inizio dell’aggressione all’Iraq che già da allora si annunziava fallimentare, bensì di costruire sul piano mondiale – perché ormai, con la globalizzazione, tutto il mondo è sul serio paese – la giustizia sociale: non si tratta più di un impegno etico e tantomeno di una scelta ideologica bensì, ora che i sistemi informatico-telematici hanno reso noto a tutti lo stato effettivo delle cose, di una inevitabile necessità obiettiva. Se non vogliamo farlo perché lo riteniamo equo, dobbiamo farlo se non altro per legittima difesa.

E la giustizia non consiste certo semplicemente in una più equa e sostenibile ridistribuzione delle ricchezze; ma passa attraverso di essa e attraverso un mutamento profondo di valori e di stili di vita che siamo chiamati a istituire nell’immediato futuro. Se non ci riusciremo, non ci sarà possibile scampo.

Fonte: francocardini.net