C’è stato un tempo in cui Siria e Iraq erano ancora il nome di due Paesi, di due nazioni, non soltanto di guerre infinite. La Siria da cinque anni e l’Iraq da due decenni sono il luogo di massacri indicibili e che pure abbiamo testimoniato. Siria e Iraq ormai esistono quasi soltanto con un acronimo, il Siraq, che a sua volta ne rievoca un altro, l’Af-Pak. La geopolitica non manca di fantasia: come chiameremo tra un po’ di tempo la Libia divisa da tra Tripolitania e Cirenaica? E forse avremo ancora uno Yemen del Nord e uno del Sud, questa volta non separati delle ideologie ma dal settarismo. E’ un’illusione che la sconfitta del Califfato porterà a soluzioni pacifiche: la guerra al terrorismo verrà sostituita da altri conflitti perché lo Stato Islamico non è la causa ma il sintomo della disgregazione di popoli. La Russia stessa e gli Stati Uniti non hanno per niente le idee chiare sul da farsi, se non al massimo dividere i contendenti e mantenere le sfere di influenza rappresentate da basi militari, qualche pipeline e dagli interessi economici che fanno di alcuni attori regionali dei clienti di primo piano delle loro industrie belliche. Quando spiegheranno a Trump che gli Usa hanno sette basi militari nel Golfo e la Sesta Flotta in Bahrein a guardia delle rotte del petrolio, che l’Arabia Saudita è il terzo Paese del mondo per acquisti di armi, comprate per il 90% dagli Usa, è possibile che alcune dichiarazioni di campagna elettorale appariranno effimere.

Si aspetta soltanto il momento in cui questi stati verranno definitivamente frantumati in entità diverse, magari riuniti sotto il nome che avevano prima come in una sorta di fiction ereditata dalla spartizione anglo-francese del secolo scorso per nascondere la realtà di un mondo di ex stati, popoli e Paesi. Solo israeliani e palestinesi non riescono a separarsi, al punto da fare apparire quasi obsoleta la formula “due popoli e due stati”. Ma anche la separazione è complicata, l’ha evocata recentemente a Washington il governatore di Kirkuk se i curdi non si metteranno d’accordo con il governo centrale di Baghdad. La nuvola nera dei pozzi petroliferi incendiati dall’Isis che avvolge adesso Mosul e dintorni è un avvertimento che gli interessi sulla spartizione delle risorse saranno determinanti, qui come in Siria e in Libia. E pensare che il 1989 era finito con il crollo del Muro di Berlino e la riunificazione delle due Germanie. Eppure proprio quell’anno Slobodan Milosevic, celebrando i 600 anni della battaglia di Kosovo Polje, il Campo dei Merli, dava il via alla disgregazione della Jugoslavia di Tito che si è poi propagata nel tempo all’Est Europa fino all’Ucraina. Ma allora tutti correvano a Berlino a prendere un pezzo di Muro come un souvenir della fine della storia. C’è stato un tempo in cui si volevano costruire degli stati e addirittura sovranazionali che contenessero, etnie, culture, lingue diverse. Egitto e Siria provarono la riunificazione sotto il laico Nasser a fine anni’50 mentre si diffondeva l’ideologia panaraba del partito Baath fondato da un cristiano ortodosso e da un musulmano sunnita che accomunò per un breve periodo Damasco e Baghdad.

Non sono finiti soltanto gli stati, sono finiti i popoli stessi, intesi come volontà di vivere insieme e di condivisione di una comunità politica e sociale. La caduta dei dittatori, da Saddam Hussein alle primavere arabe, ha mascherato con la loro fine il tramonto dell’era post-coloniale e dello stato-nazione che teneva a bada con metodi autocratici i tribalismi. Oggi si punta a creare entità autonome settarie o etnicamente pure basate su giuste rivendicazioni ma che si privano di pezzi di storia comune per giustificare la loro esistenza o ne resuscitano un’altra ormai archiviata. Anche la crisi della Turchia di Erdogan risponde a questa tendenza: quella di uno stato-nazione che ha dovuto rassegnarsi quasi un secolo fa all’identità turca per sopravvivere al crollo di un’Impero ottomano che era molto di più che turco. Al punto che oggi per contenere i curdi la Turchia ricorre alla violenza e all’espansione militare oltre i suoi confini. Non è un segnale di forza ma di debolezza. Finiti i popoli, con la loro complessità, ricchezza e molteplicità, è rimasto però anche qui in Medio Oriente il populismo, l’estremo tentativo di dare un senso purchessia a qualche cosa che si è esaurito, una sorta di degenerazione finale, accompagnata dalla menzogna che “puri” si vive meglio.

Fonte: Il Sole 24 Ore