Matteo Renzi in Italia è come Pinocchio nel Paese dei Balocchi. Dice le bugie. E però, invece che il naso, gli si allunga la narrazione.
Non ci sono più gli albi, le filastrocche o le canzoncine della propaganda popolare. Non c’è più un Giovannino Guareschi per disegnare Renzi con tre narici, i cosacchi non abbeverano i cavalli alle fontane del Vaticano ma lo storytelling – come nel mondo di appena ieri, quello della Guerra Fredda – è sempre isso, issa e ‘o malamente.
Non tutti gli orchi stanno nelle fiabe. Ecco, in sintesi, il saggio di Stefano Pivato. E’ “Favole e politica. Pinocchio, Cappuccetto rosso e la Guerra Fredda” (edizioni Il Mulino, euro 19,00).


Il buffone, il cattivo e pure l’amore – sia nella forma di “una donna bella e decisa” come nella celebre allusione di Corradino Mineo – sono nel dramatis personae della politica. Nella patria della commedia dell’arte è il canovaccio per eccellenza e l’indicibile – anche in termini di libertà di espressione, specie in un contesto di censura – diventa di fatto dicibile solo nella forma della favola.
Esopo, La Fontaine e Perrault possono ben sovrapporsi all’iconografia dei Marx, Engels e Lenin. Al “Vittorioso”, il giornalino dei cattolici, si oppone – albo dei piccoli militanti rossi – “Il Pioniere”. Il saggio di Pivato – morfologia della fiaba politica – offre un ricco corredo. Palmiro Togliatti, predecessore di Renzi in punto di eredità della Ditta, è raffigurato dalla pubblicistica democristiana nella veste del Lupo Cattivo. Don Luigi Sturzo – il padre nobile del Partito popolare – è definito, nelle vignette comuniste, “il Ficcanasone” e il “piano Marshall”, invece (il programma di aiuti degli Usa per l’Europa stremata dalla guerra mondiale) sempre dalla stessa stampa è raffigurato sotto specie di serpe.
Ad avvinghiarsi al rettile – servo e vittima al contempo – un Alcide De Gasperi con le orecchie asinine.

La reductio zoomorfa del nemico è il canone usurato e solo Daniela Santanché, in tempi recenti, con Pitonessa, ne ha fa fatto un blasone. Pivato, insomma, ricostruisce i termini di un racconto dell’immaginario italiano. L’uso politico di Pinocchio fa genere a sé. Il burattino, infatti, è stato fascista, quindi democristiano e se i comunisti sono arrivati in ritardo, con Gianni Rodari – la pedagogia militante– si attrezzano con Chiodino. Il burattino di legno se ne resta tra fate, grilli parlanti e conigli becchini, mentre quello – Chiodino – vive nella realtà con operai, disoccupati e neri americani in lotta contro il razzismo.
L’Italia della Guerra Fredda è tra i due blocchi. Da un lato gli Stati Uniti (e la Dc nella cui orbita resta), dall’altro l’Urss (e il Pci che ne è satellite). La prosecuzione della guerra nella forma della favola.
E’ una guerra culturale dove lo “smascheramento” si adopera in unico sforzo: la malvagità del nemico è all’origine e risale al suo padre fondatore.

In “Storia di domani”, un romanzo di Curzio Malaparte, c’è la nemesi del comunismo, con i capi del Pci umiliati dai sovietici. In “Non votò la famiglia De Paolis” è Leo Longanesi – per interposti autori, due funzionari della Farnesina – a costruire un apologo a uso dei borghesi, vigliacchi, disertori alle urne. Anche Indro Montanelli, con “Mio marito Carlo Marx”, scrive una parodia ma sono i codici di don Camillo – è il Mondo Piccolo di Guareschi – a erigere, il 18 aprile 1948, la diga contro il comunismo.

“Gratta Peppone e trovi Baffone” dice il sacerdote alludendo ai folti mustacchi di Giuseppe Stalin e l’addavenì Baffone, invocato dai proletari va a infrangersi: “Nel segreto dell’urna Dio vi vede, Stalin no”.
C’era una volta ciò che c’è da sempre. Come le “Favole della Dittatura” per dirla con Leonardo Sciascia e nel “c’era una volta” degli uni e degli altri, l’unica dialettica è quella del reciproco smascheramento.
Pivato riporta alla luce i reperti dell’archeopolemica. Ancora nel ’48, il genio ribaldo di Guareschi – giusto a mascherare – aveva ideato dei “baffoni” da ritagliare e indossare, con tanto di ordinanza elettorale: “Tutti i cittadini d’ambo i sessi, esclusele iscritti all’Udi (organizzazione femminile del Pci, n.d.r.) perché fornite in proprio, durante le elezioni dovranno applicarsi questi baffoni in onore del compagno Stalin, padre dei popoli ed Eroe del Caucaso”.
L’effigie di Garibaldi nasconde i Carri Armati sovietici e così la Madonna Pellegrina – col suo manto – occulta i forchettoni della corruzione democristiana. “Ti conosco, mascherina!”, è la morale di questa eterna favola. Giusto per smascherare.

Fonte: Il Fatto Quotidiano