Col passare del tempo, le passioni si stemperano, i pregiudizi si affievoliscono e anche i vinti possono tornare a occupare il posto che meritano sul palcoscenico della Storia. È quello che sta succedendo, per esempio, a Charles Maurras (1869-1949), le cui opere, nominate da mezzo secolo soltanto nei cataloghi delle librerie antiquarie, sono ripubblicate e distribuite anche in Italia: dopo la nuova edizione dell’Avvenire dell’intelligenza (OAKS editrice), ecco la prima traduzione italiana di Mademoiselle Monk (Settimo Sigillo, pagg. 64, euro 10; a cura di Cristina Bardella), un breve saggio storico-politico che qui appare affiancato dall’appassionata Invocazione a Minerva. Fine letterato e abile politico, Maurras fu soprattutto un incomparabile caposcuola, come dimostra l’influenza che ebbe, nella Francia della prima metà del ‘900, tanto sui propri sodali che sugli avversari. Accanto a celebri e dichiarati ammiratori del capo dell’Action Française come Barrès, Leon Daudet, Proust, Eliot, il primo Bernanos e gli ultimi collaborazionisti, troviamo nomi insospettabili, come quello di Sorel, affascinato dalle sue idee e dalla sua personalità, come Gide, che gli propose di collaborare al suo giornale, e soprattutto come André Malraux, che nel 1923 chiese di scrivere una breve introduzione proprio a Mademoiselle Monk. Poco prima di partire per l’Estremo Oriente, il futuro autore della Condizione umana avvertiva il lettore che «vedere in Charles Maurras un letterato con l’obbligo del mestiere di giornalista significa non comprenderlo; e considerarlo alla stregua del capo di partito dell’Action Française che si abbandona a scrivere una Anthinea vuole dire sminuirlo», concludendo il suo elogio al maestro riconosciuto con un elogio lapidario:

«Charles Maurras è una delle più grandi forze intellettuali del nostro tempo»

Nel 1902 erano apparsi i Mémoires di Aimée de Coigny (1769-1820), soprannominata Mademoiselle Monk per la sua ardente fede monarchica, una donna bella e colta che convinse Talleyrand a tradire Napoleone per riportare i Borboni sul Trono. Il libro fornì a Maurras l’occasione per riflettere sulla «generazione degli eventi», come recita il sottotitolo della sua breve biografia, partendo dall’apparente paradosso di una monarchia cattolicissima restaurata dalla collaborazione tra una donna libertina e un ex-vescovo ammogliato. Quei fatti dimostrano come l’azione congiunta dell’intelligenza associata alla volontà sia la vera generatrice degli eventi, e di quanto la capacità di un politico risieda nel saper aspettare l’occasione favorevole all’azione. «Quando non si dispone di truppe in fase insurrezionale, né di bande di popolo da capeggiare, la teoria rimane sempre l’azione migliore poiché studia il terreno», suggerisce Maurras, aggiungendo che «ogni politica si riduce all’arte di spiare la combinazione, il caso felice: aspettare vigili un avvenimento come fosse già in fieri. Colui che scruta la sorte non disdegna nulla…». Nell’Invocazione a Minerva che chiude il volumetto, Maurras recita il suo «credo», rifiutando di essere accomunato a eruditi o a archeologi, poeti dilettanti o letterati professionisti perché lui e i suoi simili sono «uomini, mortali, avidi di Vita per intero e non di Scienza». Il pensatore francese ha già chiarissimo, all’inizio del XX secolo, il pericolo rappresentato dalla tecnica, generatrice di mostri e di inquietudine: l’uomo, «che inventava per asservire il mondo, è ora prigioniero dei servi nati da lui; e ci interroghiamo su cosa sarà dei beni in numero infinito». Oggi, purtroppo, sappiamo la risposta.

Fonte: Il Giornale