Nella sua vita Hayri Irdal non ha fatto altro che perdere tempo. Non ha finito gli studi, ha sempre svolto lavori saltuari, non ha mai creduto in se stesso. Come tutti coloro che sono nati perdenti, considera una fortuna le sfortune che riesce a evitare.

Nella commedia umana, si è ritagliato la parte dello spettatore e nella Istanbul del primo Novecento dove è cresciuto lo spettacolo non è mai mancato, così come nella nuova Repubblica turca che ha preso il posto del decrepito Impero ottomano. Lì dove prima c’era una stanca ritualità, ora c’è un’euforica modernizzazione, lì dove il familismo si faceva garante di più esistenze precarie, c’è ora il burocratismo che fa del lavoro un impiego e di un impiegato lo stipendiato del proprio nulla.

Da ragazzo Hayri ha cercato di essere padrone del proprio tempo. È stato aiutante di bottega di un orologiaio che gli ha insegnato a non fare in fretta, ha avuto per nume tutelare domestico una vecchia pendola, destinata dal nonno paterno a una moschea mai costruita, e ribattezzata alternativamente «il Santo» o «lo Iettatore» a seconda degli stati d’animo. Indipendente, non tollerando né riparazioni, né regolazioni, quell’antico orologio ha sempre incarnato un tempo speciale, un ritmo tutto proprio, trasognato, «come un cavallo che avesse smarrito la sua carovana». E così alla fine è stato anche per Hayri, che vive nel suo tempo senza mai andare a tempo, sempre in anticipo o sempre in ritardo, mai in sintonia con se stesso, mai in sintonia con gli altri.

Il fatto è che Hayri è fuori moda, nel senso che non è moderno. «Le manca spirito d’iniziativa» gli dice un quarantenne biondo e di bell’aspetto, compagno di scuola del dottor Ramiz, lo psicanalista da cui Hayri è finito in cura per evitare di finire in galera. Halit il Regolatore è il suo nome, ideatore dell’Istituto per la Regolazione degli Orologi, l’ente che, assicura, rappresenterà al meglio la nuova Turchia che al fez ha sostituito la bombetta, veste all’europea, sogna all’americana. «Caro amico, il lavoro è nato dopo di noi. Sono gli uomini che lo hanno inventato e lo praticano. E noi ora ne abbiamo inventato uno. Lavorare significa essere padroni del proprio tempo e saperlo usare. Stiamo aprendo una strada… Il progresso comincia con l’evoluzione dell’orologio. La civiltà ha fatto un salto in avanti da quando gli uomini hanno cominciato ad andarsene in giro con gli orologi in tasca e non hanno più dovuto calcolare il tempo con il sole. Si sono allontanati dalla natura. Hanno cominciato a calcolare un tempo indipendente. Ma questo non basta. L’orologio è il tempo, a questo dobbiamo pensare!».

Pubblicato per la prima volta in italiano, L’Istituto per la Regolazione degli Orologi (Einaudi, pagg. 448, euro 22, traduzione di Fabio Salomoni) è il capolavoro di Ahmet Hamdi Tanpinar (1901-62), definito dal suo connazionale e premio Nobel Orhan Pamuk, «l’autore più importante della letteratura turca moderna». Romanzo che contiene un mondo, è cronaca e allegoria di una nazione, satira degli enti inutili, della «burocrazia metafisica», della cialtroneria che può rivelarsi inarrivabile saggezza, e insieme racconto di un’esistenza riscattata dal suo falsificarsi. Perché Hayri fallisce sino a quando si ostina a non credere in nulla, ad andare alla ricerca dell’assoluto, l’esatto contrario per chi, assistente di un orologiaio, si è a lungo occupato di una cosa relativa come il tempo… E invece, come gli spiega Halit il Regolatore, «tutto ciò che ha un nome esiste» e un’istituzione non è altro che «una macchina che determina autonomamente le proprie funzioni».

In una società di massa, solo il nuovo ha diritto all’esistenza e essere realisti «non significa vedere la realtà così com’è, ma piuttosto avere con essa la relazione più proficua! Mettiamo che lei abbia visto la realtà, cosa ne ricava? È come essere un guastafeste. Il realismo dell’uomo nuovo è molto diverso. Ho per le mani una determinata merce, con le sue specifiche qualità, cosa posso farne? Sappia che ai nostri giorni è sufficiente volere ardentemente qualcosa. La vita continua, Hayri Bey. Mentre lei se ne sta lì, avvelenato dalle sue stesse parole, la vita inventa ogni giorno qualcosa di nuovo».

Strabiliante per invenzioni, personaggi, situazioni, L’Istituto per la Regolazione degli Orologi racconta l’invenzione storica di Ahmed Effendi il Tempistico, trasformato nel «più grande orologiaio del suo tempo», soggetto di una biografia apocrifa scritta proprio da Hayri Irdal, insieme con testi quali «Orologi e psicanalisi», «Secondi e società», «L’influenza dello scirocco sulla regolazione dell’Orologio cosmico»… Racconta la costruzione di un quartiere chiamato Casa dell’Orologio, riservato al personale, della Banca Tempistica, di accessori come le giarrettiere con orologio incorporato, con «migliaia di donne che mentre camminano controllano l’ora sollevandosi la gonna con gesto elegante», del sistema delle multe raddoppiate per chi al polso non ha l’ora esatta, con riduzione del trenta per cento per i recidivi… Racconta di organici addetti al Dipartimento del Bilanciere, del Punzone e delle Lancette dei Minuti, e di assunzioni nel nome della referenza e della fama, ovvero «una metà degli impiegati sarà assunta tra i nostri parenti e conoscenti. L’altra metà, invece, sarà costituita da raccomandati da parte di persone importanti di nostra conoscenza. In questo modo eviteremo qualunque pettegolezzo. Chi lavora per noi è sottoposto al pubblico controllo».

Scritto in un Novecento che ha perso le sue certezze, L’Istituto per la Regolazione degli Orologi affida alla letteratura il compito di mettersi dentro e contro il tempo, nell’illusione di ritardarlo, pur sapendo che è un’impresa impossibile. Ma già riuscire a fargli lo sgambetto aiuta a vivere e ci prepara a morire.

Fonte: Il Giornale