Che il sistema dei concorsi universitari non premi il merito, ma le relazioni tra docenti e le inclinazioni servili dei loro assistenti, è cosa nota. E probabilmente insanabile, se Umberto Eco propose di continuare ad attribuire le cattedre attraverso il protezionismo dei baroni e di istituirne altrettante, libere, per i capaci.

Questa riflessione ci fa capire quali garanzie dia il reclutamento di ordinari e associati nelle università italiane, e le frustrazioni che ne trasformano il servilismo in arroganza. Una volta arrivati alle agognate cattedre, davanti a studenti ignari, manifestano prosopopea e moralismo, denunciando gli stessi meccanismi che li hanno favoriti.

Si vorrebbe almeno sperare che avessero frequentato buoni licei, imparando lingua e grammatica italiana. Ma non è così. La loro ignoranza si riverbera in documenti grondanti retorica e clamorose imprecisioni lessicali, a metà strada fra delirio e comicità. In tal modo si manifestano piccoli ignoranti con cattedre, rivelando una vergognosa povertà di lessico governata da insensatezze e infinita presunzione. Federico Zeri non perdeva occasione per denunciarle. I suoi idoli polemici erano Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi, peraltro sintatticamente ben strutturati anche quando astratti o languidi. Zeri odiava i cattedratici per la loro retorica salvifica, e scriveva bene, con asciutta concretezza. E avrebbe letto con stupore e disappunto le cantilene di modesti maestrini forniti di quelle cattedre a lui negate e che, nondimeno, hanno coltivato intensi commerci con il mondo antiquariale.

Penso a due tra i più protervi, come Andrea De Marchi e Francesco Caglioti, sgrammaticati estensori di proclami sul destino del patrimonio artistico italiano che loro, ben più delle soprintendenze, pretenderebbero di difendere, appellandosi al ministro dei Beni culturali dal quale invocano un commissariamento politico. Ogni iniziativa che non sia maturata nel loro ambito è respinta inesorabilmente, a priori e senza conoscerne i confini. Così, invece di studiare le opere d’arte per parlarne con gli allievi, i due, investiti del loro improbabile sapere, scrivono solenni manifesti, umiliando la lingua italiana e privandola di senso. E con loro, firmando, sottoscrivono l’odio per la lingua e la grammatica italiana professori emeriti come Carlo Ginzburg, Giovanni Romano, Adriano Prosperi, Alessandro Ballarin, Bruno Toscano, Mauro Natale, Antonio Pinelli, Pierluigi Cervellati, Fiorella Sricchia Santoro, pensionati che non hanno neanche il tempo di leggere ciò che firmano. E anche ordinari come Daniele Benati, Giuseppe Pavanello, Francesco Aceto, Marco Tanzi, Enrica Neri, Vittoria Romani, Claudio Pizzorusso, Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, modelli di ignoranza conclamata per i loro allievi; associati come Giovanni Agosti, Enzo Borsellino, Alessandro Morandotti, Anna Maria Ambrosini Massari; inutili come Alessandra Mottola Molfino, Luisa Ciammitti, Jadranka Bentini. E altri sparsi, perditempo, ricercatori senza speranza e conservatori mal conservati. Che praticano il mestiere di firmatari di manifesti e appelli. Ma sei responsabile di ciò che firmi, o no? No. Sono irresponsabili. E con che tono, come di chi annuncia una catastrofe, mettendo insieme soggetti e verbi senza connessione. Sentite: «Ed è crudele il paradosso per cui sotto le bandiere della biodiversità si massacra ogni residuo legame delle opere d’arte con il loro territorio».

Tentiamo di capire. Può un paradosso essere «crudele»? E, soprattutto, si può «massacrare» un legame? O non, forse, «spezzare», «tagliare»? Non soddisfatti, insistono: «la raffica di banalizzazioni commerciali irresponsabilmente affidate a un Montanari»: altra insensatezza e altra sgrammaticatura. Cos’è una «raffica di banalizzazioni commerciali»? Si riferiscono a un testo? O a oggetti? Il testo non c’è, e gli oggetti non sono «commerciali», ma opere d’arte, pochissime commerciabili, la più parte di enti pubblici o fondazioni; e, ammesso che ci sia un irresponsabile tra i responsabili di questa «banalizzazione», chi gliene affida la «raffica»? Indignati (ma non per la loro ignoranza), i professori in lotta con la lingua italiana non si quietano, e dichiarano di non poter «assistere in silenzio alla spirale che è stata imboccata». Mi piacerebbe sapere come «si assiste» a una spirale. È forse uno spettacolo? E come «imboccarla»? Si «imboccano» strade, sentieri, ma come «imboccare» una spirale? E ancora: i due si riferiscono genericamente a «queste opere», esposte nel padiglione Eataly all’Expo, senza indicare quali, considerando geneticamente «fragili» anche solidi bronzi o tele in perfette condizioni di conservazione. Così concludono: «aldilà del repentaglio cui vengono sottoposte le opere, preoccupa il radicarsi…». Come insegna ogni dizionario, «repentaglio» si usa esclusivamente nella locuzione: «mettere a repentaglio». I due promotori e i loro distratti seguaci, lo fanno diventare un sostantivo autonomo, come se equivalesse a «rischio» o a «pericolo». Ma dove hanno imparato a scrivere De Marchi e Caglioti, trascinando nella «spirale» della loro ignoranza anche colleghi già dotati di una buona scrittura?

Per loro «manutenzione» e «salvaguardia» non sono azioni di tutela, bensì «sfide». E sia! Ma la conseguenza non può essere la umiliazione dell’insegnamento semplice e basilare in favore di uno specialismo coatto, vizio mentale di chi concepisce, a propria immagine e somiglianza, «la vera conoscenza fondata sull’innovazione del sapere, cioè sulla ricerca». Ridicola definizione, che sembra contrapporre la ricerca al metodo e alla disciplina. E così si spiega come, a forza di sperimentare e innovare, questi signori non abbiamo studiato la grammatica della lingua italiana, che non è «innovazione» ma regola. Ed eccoli sperticarsi in affermazioni insensate, con l’aria grave e l’atteggiamento professorale: «si dimentica che solo dalla conoscenza critica può nascere una vera crescita civile: quel pieno sviluppo della persona umana che la Costituzione segna come obbiettivo finale della tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione».

Gonfi di retorica, dimenticano che ogni conoscenza è critica, perché passa attraverso l’intelligenza di chi vede, anche magari conducendolo a pensare autonomamente ciò che altri hanno pensato prima di lui. È il valore universale del sapere, così come della bellezza, che non prevede esclusive né specialità. Ma gli sgrammaticati, anche umanamente, non sanno distinguere tra una mostra di ricerca e una di rappresentanza, o di testimonianza, che faccia capire meglio, e in una nuova luce, ciò che è già noto, e per ciò stesso notevole. Così come ignorano che molte cose notevoli non sono note, e vanno fatte conoscere per consentire la «vera crescita civile» da loro invocata. Quanti ignorano Cristoforo Scacco, Saturnino Gatti, Girolamo da Cremona, Genovesino, Nicola di Maestro Antonio d’Ancona? E perché non farli vedere a chi è rapito da Van Gogh, Munch, Picasso e Miró?

I chierici, oltre a studiare e rispettare la grammatica, dovrebbero anche promuovere la conoscenza di un patrimonio artistico come quello italiano, spesso misconosciuto quando non ignoto; e ringraziare chi aiuta e contribuisce a diffonderla, come ha fatto Eataly a Expo. È esattamente ciò che prescrisse il 29 ottobre 1946 la prima sottocommissione della Commissione per la Costituzione italiana: «Lo Stato deve diffondere con ogni mezzo la cultura popolare e professionale e favorire in tal senso le private iniziative». Chiaro, De Marchi, Caglioti, Montanari, e altri supponenti? Altro che «aumento e redistribuzione di una vera conoscenza fondata sull’innovazione del sapere, cioè sulla ricerca». Ridicole parole in libertà. Non c’è niente da ridistribuire, e molto da conoscere.

Fonte: Il Giornale