Il Califfato è una sorta di mostro provvidenziale, riesce a mettere d’accordo anche Stati Uniti e Russia per una risoluzione Onu destinata a colpire le finanze dell’Isis. Dopo tanto tempo sprecato a sistemare il Medio Oriente, russi e americani decidono che forse è venuto il momento di fare sul serio. Forse perché con questi attori in campo e interessi così divergenti non è detta l’ultima parola.
La risoluzione ha un obiettivo: tenere a bada il mondo sunnita, dalla Turchia alle monarchie del Golfo, che direttamente o indirettamente hanno sostenuto l’avanzata del Califfato. I turchi hanno mangiato la foglia. Isolati dalla Nato e dagli Stati Uniti, hanno deciso di inviare truppe in Iraq ad addestrare i peshmerga curdi contro l’Isis. Sono gli uomini di Massud Barzani, arricchito dai traffici di petrolio, che fornisce alla Turchia 500mila barili al giorno. Rispetto ai quali la modesta produzione di Al Baghdadi appare ben poca cosa. Erdogan non può mettere le mani su Aleppo, un’area dove c’è la Russia insieme all’Iran, e ha compreso che ormai è scaduto il “contratto” per avere dall’Isis Mosul, la preda ambita anche da Ataturk.
È in corso una sorta di riposizionamento delle potenze regionali in funzione di una possibile intesa Usa-Russia. Gli iraniani, alleati di Mosca, hanno afferrato immediatamente il messaggio: al contrario dei concorrenti arabi e turchi sono dotati di strategie di lungo periodo che comprendono a breve l’Implementation Day, il giorno in cui verranno tolte le sanzioni a Teheran. L’Iran sa usare sia la forza che la diplomazia. Basta riflettere. Quattro anni fa gli iraniani con gli Hezbollah erano i soli a sostenere Damasco e a combattere i jihadisti: ora hanno in campo Mosca e una coalizione occidentale con Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, le stesse potenze che nel settembre 2013 volevano bombardare Assad.
Adesso i turchi, che hanno fatto passare migliaia di jihadisti per abbattere il regime siriano, corrono da Barzani (amico anche di Teheran) per rifarsi una verginità e mettere un piede dentro l’Iraq. Non basta. Il governo di Baghdad può lanciare severi moniti ad Ankara per avere invaso il suo territorio: anche gli americani sono in un groviglio perché è questo l’Iraq che hanno voluto con l’invasione del 2003 consegnando il potere e l’80% del petrolio alla maggioranza sciita. A Teheran si possono dire soddisfatti: gli eventi hanno coinvolto grandi e medie potenze in un conflitto che a settembre gli iraniani stavano combattendo da soli e Assad si avviava a perdere. Si possono quindi permettere qualche sottile ironia con gli improvvidi turchi: mentre i russi accusano con veemenza Erdogan per i traffici di petrolio, Teheran ha signorilmente “offerto” alla Turchia collaborazione: «Se il governo turco non ha informazioni sul commercio con l’Isis nel suo Paese siamo pronti a mettere a disposizione foto e filmati», ha detto Mohsen Rezai, segretario del Consiglio per il Discernimento. A 27 anni Rezai comandava i Pasdaran contro Saddam, oggi è un sessantenne cordiale che non ha mai bisogno di alzare la voce: ha visto scorrere troppo sangue sullo Shatt el Arab per non sapere che questo è solo il primo round nella partita del Siraq.

Fonte: IlSole24Ore